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a cura di
Porfirio Tramontana

claudio cajati PROCIDA DENTRO E FUORI 

Da Procida, quelli che sono andati via, finiscono per ritornarci. Spesso o raramente, ma finiscono per ritornarci. Per ritrovare qualcosa che stavano dimenticando.

di Claudio Cajati

vefioL’Isola dei vèfii
di Claudio Cajati
 

Il vèfio procidano è così importante e caratterizzante da essere stato scelto da Vittorio Parascandola come titolo del suo saggio, sottotitolato: folk-glossario del dialetto procidano. In questo testo, se si va a vedere la voce ‘vèfio’, la si trova preceduta dalla voce ‘vefià’, così spiegata:

starsene affacciato al “vèfio” (…) alle donne di una volta il massimo svago concesso, era lo starsene affacciate, per poco, al “vèfio” per osservare la vita intorno. E mi pare che proprio questa voce verbale avvalori quanto segue a proposito del nostro “vèfio”, autentico palco sulla scena della vita di tutti i giorni.

E infatti di quest’ultimo dà la seguente definizione:

verone, muro parapetto di terrazzi o loggiati (…) chiamiamo “vèfio” solo il muretto dove ci si affaccia per “spuórto” e per guardare, per osservare, per vedere (…) Mi ostino, perciò, a vedere il “vèfio” di casa nostra diverso dagli altri e a ritenere che il vocabolo possa essere nato dal gr.: “eidon” da una radice del verbo “orao” con significato di: guardo, osservo, miro.

Fin qui l’autorità indiscussa del grande studioso.

Mi si perdoni se propongo di aggiungere un altro punto di vista, laddove  l’oggetto di interesse non è soltanto uno dei modi della comunicazione sociale del popolo procidano, non è soltanto un muro parapetto di terrazzi e loggiati, il muretto dove ci si affaccia per spuorto. Considerandolo globalmente come uno spazio architettonico, il vèfio diventa semanticamente più pregnante se lo si legge anche come singolare opera di qualità spaziale, dove il famoso parapetto viene messo in rapporto con la peculiarità della loggia di cui è la conclusione anteriore. E’ questa allora, la loggia, ad essere messa a fuoco, con la sua copertura a volta ‘a botte’ dal profilo a tre centri – propria del barocco maturo – e sono le trasformazioni che nel tempo questo spazio subisce, non per vefià, ma per altre esigenze, che interessa esplorare.

Con questa attenzione, che è propria della mia formazione ed esperienza universitaria, sono andato quindi, in una lunga piacevolissima passeggiata, in cerca di vèfii procidani. Ho avuto la sorpresa di trovarne tanti che non avevo mai notati, in tanti anni che ero qui. Tanti, di differente importanza, e variamente modificati.

Alcuni sono stati murati, e così guadagnati alle cubature dei corrispondenti immobili residenziali (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘eliminazione opaca’).

Altri, un discreto numero, sono stati chiusi a veranda, quindi anch’essi guadagnati alle cubature dei corrispondenti immobili residenziali ma con un’operazione meno hard, palese (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘eliminazione trasparente’).

Altri, poi, sono stati amputati da un lato mediante escrescenze vagamente cubiche, adibite a micro-toilettes, angoli cottura, nicchie per deposito e simili (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘mutilazione asimmetrica’).

Altri, ancora, sono stati disinvoltamente storpiati nel profilo arcuato (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘deformazione menefreghista’).

Infine – e qui possiamo perfino gioire – ho trovato alcuni vèfii intatti. Testimonianza commovente di un passato che conosceva la qualità architettonica e badava a salvaguardarne la memoria.

Ormai lontano da Procida, non posso che augurarmi che le forze tenacemente sane dell’Isola riescano a difenderli dal malcostume. Assieme a tutte le altre testimonianze residue della sua storia e delle sue tradizioni.

San Michè, pensaci tu!

 

San Michè, è venuto il momento che ti dai da fare per la tua Procida. Non puoi rimanere fermo, nelle statue, nei quadri, nei santini, mentre la tua isola è in preda a tante cose che non vanno. Troppo comodo, aver fatto a suo tempo quel che da te ci si aspettava, ed anche di più, ed ora poltrire compiaciuto nella tua classica iconografia, con le ali gigantesche, la corazza luccicante, la spada sguainata pronta a calare sul diavolo con la testa schiacciata sotto un piede. Il titolo di protettore di Procida e la conseguente venerazione popolare te la devi guadagnare ogni volta, giorno per giorno. Nemmeno tu hai diritto a vivere di rendita, scusami se mi permetto di ricordartelo. Non è più il tempo di liberare l’Isola dai barbareschi, certo: quelli ormai, in forme aggiornate, stanno colpendo altrove. Tu devi difendere, anzi liberare Procida dai suoi nemici interni, dalle sue abitudini dannose. Possibile che te li debbo indicare io quelli che devi colpire, che debbo essere io a spronarti?

Vabbè, ti faccio qualche esempio.

La droga. San Michè, non so se tu lo sai, ma sì che lo devi sapere ché sempre santo sei. Qua sull’Isola già anni fa c’erano circa trecento drogati! E da dove viene questo veleno se non dal continente? Ben camuffato, e ben accolto e distribuito da qualcuno che invece sta a Procida, e ci lucra senza curarsi di dare disperazione o proprio morte a tanti ragazzi. Tu, allora, intervieni deciso, stroncali questi viaggi funesti, afferrala la polvere maledetta, sperdila in mare. Ed i corrieri combinali come sai tu in modo che non possano più nuocere.

La politica. A questi personaggi, manovratori incalliti e vaniloquenti, tu piombagli addosso all’improvviso, prendili di sorpresa. Per lo stupore ed il terrore spalancheranno le loro bocche, e allora tu dacci sotto di precisione con la tua spada tagliente, che cadano finalmente un po’ di lingue biforcute. Tanto, di lingue qui ne abbiamo in abbondanza (anche quelle, squisitissime, di bue). Forse con lingua mozzata, senza poter più promettere ed ingannare con le parole, saranno indotti a fare. Fare finalmente qualcosa per il bene dell’Isola.

Il traffico. A questi che prendono l’auto o la moto anche se devono fare poche decine di metri; a questi che corrono come disperati, come se l’Isola chissà quanto fosse grande, mettendo a repentaglio la vita dei pedoni; a questi che trovano il modo di girare impuniti sui loro mezzi metallici anche quando c’è divieto di circolazione, ebbene a tutti costoro tu, senza dare nell’occhio, dagli una bella squarciata ai pneumatici, da non poter circolare più e, appena son tornati alla carica con pneumatici nuovi, tu torna a squarciarglieli. E vediamo chi la vince.

L’individualismo, le lobby familiari. Le idee anguste che impediscono una sinergia comunitaria, che creano barriere negative per la produttività e la vivibilità, i pensieri ostili verso la salute, la gioia, il successo degli altri, la maledetta ammiria che avvelena chi la prova ancor prima di colpire il bersaglio: tutto questo, tu caccialo dalle teste malate e testarde. Lascia stare il demonio, dedicati a schiacciare queste altre teste perché ne schizzi fuori tutto il negativo, e che i venti se lo portino via per sempre.

Quando avrai fatto tutto ciò, San Michè, te ne puoi pure tornare a riposare, a fare la tua solita bella figura nelle immagini. E stai sicuro, la venerazione che da sempre ti è dovuta, si moltiplicherà, susciterà nuovo entusiasmo e nuovi riti: la Procida degli uomini di buona volontà saprà ringraziarti a dovere.

Ricordando Vivara
          di Claudio Cajati

 

L’ultima volta che ci sono stato, a Vivara, risale a molti anni fa. Ma conservo ricordi forti, e una struggente nostalgia.

La sua prima singolarità era che fosse isola, ma arpionata a Procida da un ponte (costruito all’inizio degli anni ’60 per il passaggio della condotta idrica per Ischia). Quando questo si è degradato, fino ad essere inagibile, ho pensato che paradossalmente fosse un’opportunità. Che non andasse risanato ma piuttosto abbattuto, soprattutto ora che la fornitura idrica ad Ischia non ne ha più bisogno. Perché una proposta che può apparire provocatoria e irrazionale? Non è meglio rendere l’isoletta facilmente accessibile? No, perché la sua vocazione originaria è di essere isola, raggiungibile solo dal mare: un accesso molto più romantico, organizzabile in termini turistici, con barchette e barcaioli, restituendole autonomia rispetto a Procida, di cui si può considerare una sorella minore che già anticamente si emancipò e che ad essere emancipata potrebbe tornare.

Poi mi intrigava quel cancello per l’accesso che qualcuno, autorevole, ti doveva ufficialmente aprire, ma al tempo stesso quel viottolo sulla destra, ‘abusivo’, per entrare comunque. E ancora mi impressionava che, a percorrerla, risultasse molto più grande di quanto avessi valutato dall’esterno. Un’enorme creatura sonnacchiosa sdraiata nel mare, con la sua atavica storia di insediamenti micenei, di stazione di riposo per uccelli migranti, di vivaio di conigli selvatici, di tesoro floristico.

La prima visita che feci era una visita di gruppo con la guida di un esperto botanico. Laddove il mio sguardo sarebbe scivolato ignaro, appena distinguendo una pianta dall’altra, una spiegazione puntuale permetteva di apprezzare la straordinaria biodiversità che era contenuta anche in pochi metri, l’intelligenza delle piante rispetto alla conformazione del terreno, al percorso del sole, alla convivenza con le piante vicine.

Ma già in quella visita dovetti assistere allo scempio, compiuto da vandali, delle costruzioni dove un tempo, con frantoi e tini, si era prodotto un ottimo olio e un ottimo vino. Quello che avrebbe potuto e dovuto diventare un piccolo museo della cultura materiale, era ridotto in condizioni pietose: preziose riggiole frantumate o asportate, mura imbrattate, vetri degli infissi sfondati. Tutto in preda alle intemperie e a nuovi possibili saccheggi.

La visita ancora più importante per me fu quella con i fratelli Taliercio. Un vero e proprio sopralluogo funzionale ad un progetto di valorizzazione. Fu fatto un primo rilievo fotografico, per documentare anche quello che non era scontato e il suo stato di conservazione – costruzioni di varie epoche, dalla romana alla borbonica, alcune semi-nascoste nella vegetazione, a testimoniare insediamenti e utilizzazioni importanti.

Questo progetto di valorizzazione prevedeva di coinvolgere tutti gli esperti la cui competenza permettesse di coprire i vari aspetti dell’iniziativa: il restauro dei beni architettonici, la fruizione turistica controllata, con visite guidate in numeri ristretti, la didattica sulla cultura materiale, sulla flora e la fauna, sulle peculiarità geologiche (la bellissima pietra vulcanica nera). Era un progetto molto accurato e articolato che avrebbe meritato, per la sua serietà, entusiastiche adesioni e una pronta traduzione operativa.

Ma, l’ultima volta che Guglielmo Taliercio me ne ha parlato, tale possibilità sembrava ormai svanita, affondata nelle solite pastoie, resistenze, ostilità. Non so cosa sia successo dopo. Ma so che Vivara, creatura ormai impaziente, esige che il suo statuto di Riserva Naturale divenga più che una semplice denominazione.  

Quando i ghiacciai si sciolsero

 

Dalle poche residue, ma affidabili, testimonianze storiche sappiamo cosa successe a Procida quando intorno al 2050 i ghiacciai del pianeta Terra si sciolsero ed il livello dei mari si innalzò di molti metri.

Dei meno di quattro chilometri quadrati dell’Isola ne rimase, non sommerso, soltanto uno, più o meno. Ma il popolo procidano dimostrò, di fronte a questo sconvolgente cataclisma, ancora una volta la sua spavalda familiarità con il mare, nonché tutto il proprio atavico coraggio e il fattivo spirito di reazione, sostenuto da robusta fantasia.

Anzi si può dire che il ritrovarsi costretti in un territorio molto più esiguo, indusse la comunità ad un nuovo traguardo: una solidarietà ed unità di intenti che in effetti non era mai stata fra i principali pregi isolani.

Il commercio e l’uso delle barche ne fu molto favorito, e così pure la pesca che divenne più facile e fruttuosa. Di fronte alla perdita di tutte le attrezzature e gli oggetti rimasti sotto il nuovo livello delle acque, non ci fu scoramento o addirittura inerzia. L’azione di recupero fu frenetica, quasi gioiosa, come una originale caccia al tesoro.

Perfino la costruzione di case abusive, che anni prima aveva dovuto addirittura subire l’affronto di alcune dolorose demolizioni, fu incoraggiata dalla nuova situazione. Nella parte rimasta fuori acqua - Terra Murata, Piazza dei Martiri e Solchiaro - mentre le autorità nicchiavano indecise su quali nuove normative urbanistiche ed edilizie adottare, ci fu un gran fervore di soprelevazioni spontanee, con nuove cupole a incannucciata e nuovi vefii, ed invenzioni tipologiche inopinate pur di sfruttare la novità come un’ulteriore opportunità abitativa.

Ma questo non poteva certo bastare ai bisogni e ai sogni di benessere dei procidani. Così essi, con la loro proverbiale ingegnosità e perizia tecnologica, riuscirono a costruire – ben nascoste sott’acqua – delle case che ricevevano l’aria attraverso una specie di rudimentali periscopi, e la luce naturale attraverso un sistema di grandi specchi. Forse quelle case erano un poco umide, ma gli abitanti dell’Isola, marinai e pescatori da sempre, con l’umidità ci convivevano da sempre e avevano una ben consolidata familiarità.

Il turismo, che aveva cominciato a languire, ne fu risollevato. Con piccoli e grandi batiscafi, della Caremar e di varie compagnie private, anche improvvisate, venivano organizzate nei weekend visite sottomarine guidate in cui era possibile ammirare tutti i ritrovati per rendere confortevoli e graziose le abitazioni sommerse, molto apprezzate anche dai pesci di passaggio.

I vecchi partiti naturalmente furono travolti, come da uno tsunami. E nuovo sindaco, dopo una lunga e travagliata campagna elettorale, fu eletto, è il caso di dirlo?, un sub, il più esperto e ardimentoso. La sala consiliare e l’ufficio del primo cittadino erano ben in fondo al mare, anzi nel punto più basso del fondale isolano. Questo doveva dare un messaggio di umiltà e disponibilità: non più l’istituzione ed il suo massimo esponente, a dominare gli elettori dall’alto, bensì alla fine di una agevole e piacevole discesa, realizzata con una navetta messa a disposizione proprio dal Comune.

Ben presto, però, i procidani dovettero patire una clamorosa delusione: il nuovo sindaco riceveva sì chiunque volesse prospettare un problema, ma di fronte alle molte questioni irrisolte dell’Isola, e soprattutto alle più controverse e scabrose, il motto immancabile, con cui ogni suo discorso si concludeva, era: “Acqua in bocca!”.

Procida al femminile

Voglio parlare bene delle donne (credo nella reincarnazione e spero di rinascere donna). Ma soprattutto bene delle donne procidane. 
Comincio da quelle obese. Portano i loro molti chili in più con gioviale e serena disinvoltura, talvolta addirittura con incedere trionfale. Ne ho viste alcune che erano anche recenti mamme: la pienezza dovuta alla gravidanza ne era esaltata, l'orgoglio per aver dato luogo ad una nuova vita, rafforzato. Con una sensazione di salute in contrasto con il parere dei nutrizionisti. 
Proseguo con le matriarche. Donne magari oscure e silenziose, che tirano la carretta in assenza del marito navigante, o in presenza di un marito ectoplasmico e inconcludente - come siamo talvolta noi mariti, non solo a Procida. Con la forza e la determinazione che dovrebbe essere appannaggio dei maschi, risolvono ogni problema, senza titubare. E se proprio hanno un'incertezza, sanno con chi consigliarsi, magari con una matriarca più matriarca di loro. 
Una variante delle matriarche, in quanto donne di comando anche fuori dell'ambito familiare, sono le dirigenti, le politiche. Non sono moltissime, ma quelle poche, davvero notevoli. Fra le dirigenti, una ne ho conosciuta, dirigente scolastica - quella che una volta veniva chiamata preside - che alla competenza specifica unisce la vastità di orizzonti, il polso fermo, la rapidità operativa e decisionale, e un cordiale garbo nel trattare con il pubblico. Fra le donne in politica una - che è inutile citare - è quel che si dice "un cavallo di razza": in politica da decenni, conosce tutti i meandri, le procedure, le varie istituzioni con le loro leggi e consuetudini, il tutto sorretto da una passione mai doma, una voglia di schierarsi e di affrontare tutte le battaglie, con una continuità d'azione davvero rara. 
Abbondano, poi, le creative. Narratrici, poetesse, pittrici, cantanti, teatranti. Ho conosciuto soprattutto le narratrici, spesso poco o per nulla determinate a farsi avanti ma molto dotate e meritevoli di maggiori traguardi. Le poetesse sono riuscite a vincere la mia idiosincrasia per la Poesia quando non abbia la caratura dei Grandi. Le pittrici hanno dimostrato di saper interpretare con sicura tecnica e forte personalità artistica i temi procidani. 
Lungi da me trascurare le vecchie. E volutamente non dico le anziane, ma proprio le vecchie, anzi le più vecchie. Sono esse la testimonianza più genuina di quella Procida antica ed ancestrale che si va man mano perdendo. Quando le vedevo un po' sperdute e timorose per le strade affollate di mezzi a motore, alle prese con il ritmo per loro frenetico che l'Isola ha assunto, a fronteggiare un turismo estivo che mai da giovani conobbero, mi facevano tenerezza. Cercavo di soffermarmi per studiarmele, cogliere qualcosa della loro verità. Erano perfette rintanate all'ombra di un vefio dove, passando rapido, non ti accorgevi magari di loro che stavano osservandoti, il loro piccolo residuo controllo del territorio.
E chiudo con le belle, che sull'Isola sono davvero tante. Che siano bionde o brune, alte o piccoline, pienotte o longilinee, forse sono così belle perché sono il frutto di quella felice mescolanza etnica di cui Procida ha potuto avvalersi per la sua posizione ed il suo ruolo nel Mediterraneo. Alcune hanno nel colorito e nei lineamenti qualcosa che subito le rivela 'arabe'; altre suggeriscono la severa classicità 'greca'; altre presentano un carattere 'slavo'; altre ancora il colorito chiaro e la capigliatura bionda che può dirsi 'normanna'; ed altre un più accentuato timbro 'campano' o proprio 'partenopeo' che è a sua volta risultato di un inestricabile intreccio storico, con tutte le dominazioni che abbiamo avuto. 
W le donne, allora. W le donne procidane!

L'esperienza di Libriamoci

Procida è terra ricca di talenti. In molti campi, compresa la letteratura. Ci sono lettori forti e scrittori validi; gente appassionata alla lettura, e autori che sanno che, prima di scrivere, bisogna leggere e leggere, soprattutto i Grandi. Ma è una realtà molto limitata in percentuale. Così da un gruppo di amici nacque l'idea di mettere insieme un gruppo di lettura, con lo scopo di invitare scrittori a presentare i loro libri e così dare un contributo a diffondere la cultura della lettura nell'Isola. Cosa comunque non facile, in un Paese come l'Italia in cui si legge poco e molti non leggono nemmeno un libro all'anno. Dopo molto travaglio, abbiamo trovato il nome del gruppo: Libriamoci, che è una felice sintesi fra 'libro' e 'librarsi'. La lettura, della narrativa così come della saggistica, aiuta a sollevarsi dal terreno delle preoccupazioni e delle miserie quotidiane, a 'volare alto' e così vedere il mondo da una prospettiva meno parziale, meno angusta, prendere coscienza di ciò che non si era sperimentato direttamente, e diventare più aperti, più tolleranti. Ma non era sempre facile fissare degli incontri fra noi, trovare le date e gli orari in cui tutti i componenti fossero liberi. E poi, seppure amicissimi, vivevamo le solite dinamiche della competizione per il ruolo di leader, il surplus di iniziative di alcuni, l'attendismo sornione di altri. Inoltre avevamo la difficoltà di convincere scrittori, con tutti i loro numerosi importanti impegni, a venire a Procida su invito di chi non poteva vantare né una chiara fama né la possibilità di offrire lauti gettoni di presenza. Nonostante questi limiti, abbiamo moltiplicato gli sforzi e le energie per non arrenderci alle difficoltà. E abbiamo avuto anche grandi successi. Siamo riusciti ad invitare Giuseppe Montesano a presentare il suo stupendo romanzo Di questa vita menzognera (in quell'occasione abbiamo ospitato anche l'allora non ancora celebre Roberto Saviano); Don Gennaro Matino, teologo che propone un percorso di avvicinamento verso una visione non banale delle Sacre Scritture; Serge Latouche, venuto a esporre la sua sconvolgente teoria sulla necessità della decrescita se vogliamo salvare il pianeta e noi stessi da una imminente catastrofe; Isabella Vaj, traduttrice delle opere di Khaled Hosseini (Il cacciatore di aquiloni, Mille splendidi soli) dove è protagonista l'Afghanistan con la sua millenaria cultura, fatta di miti, leggende, tradizioni, ricchezze artistiche e naturali; Romolo Runcini, già docente di sociologia della letteratura e importante teorico del 'fantastico'. Ma abbiamo anche avuto un flop, con Orhan Pamuk, premio Nobel per il 2006. Non è che potessimo pretendere di far venire proprio lui, però mi ero attivato, all'Istituto Orientale, per contattare una studiosa specializzata proprio sulla sua opera, con la quale avevo concordato che leggessimo, in vista della sua comunicazione a Procida, una delle opere più affascinanti per il suo carattere di caleidoscopio labirintico, Il libro nero. Ma avevo fatto male i miei conti: i componenti del gruppo si sono arenati di fronte alla voluminosità e complessità del testo, e alla fine ho dovuto rinunciare al progetto. Con vergogna e rabbia, debbo dire. E da quel momento, prima di allontanarmi fisicamente da Procida, ho cominciato ad allontanarmi dal gruppo. Ma me la dovevo prendere solo con me stesso. Avevo sbagliato due volte: avevo puntato troppo in alto, dimenticando la lezione dei "piccoli passi"; avevo voluto fare il leader, e non ero riuscito a portarmi dietro il piccolo esercito di Libriamoci.

La Ruota sull'Altare

Il Signore ci ha dotati di gambe e piedi. Non soltanto con intenti funzionali, non soltanto per permetterci di spostarci. Ma, come in tutte le Sue creazioni, anche per darci godimento. In questo caso, quello di passeggiare. Però l'uomo, l'unica creatura che ama distaccarsi dall'impianto della natura pur di risparmiare fatica e tempo, ha inventato la Ruota. E, dopo la ruota, il Motore. Mettete le due cose insieme, ruote e motore, ed ecco moto, auto, furgoni, camion, tir eccetera. Mezzi utilissimi, ma anche rivali di gambe e piedi. Ci fu un tempo, mi è stato narrato, che quando già il continente era invaso dai nuovi mezzi a motore, a Procida circolavano solo cavalli e asini. Poi venne il tempo in cui solo il sindaco ed il medico condotto possedevano un'auto: il suo passaggio era un avvenimento, uno status symbol, un segno dei tempi che stavano per cambiare. Ma gambe e piedi erano ancora i padroni della piccola Isola di nemmeno quattro chilometri quadrati. Durò poco, naturalmente. Ben presto il partito Ruote & Motori si diffuse, si impose. Più recentemente si è arrivati al paradosso, che farebbe ridere se non facesse piangere, che al divieto di sbarco di mezzi motorizzati sull'Isola corrisponde il disinvolto fitto, opportunamente propagandato a chiare lettere, di moto locali. Così, nella stagione turistica, e massimamente in agosto, tutti hanno la gradita opportunità di ritrovare emozioni prettamente urbane: piccoli ingorghi, puzza di gas di scarico, pericolo di essere investiti da chi non può fare a meno di lanciarsi ad alta velocità e magari in spericolati sorpassi, o a zigzag, altrimenti inspiegabili, per aggirare tombini e altre insidie del fondo stradale. Povera Procida, con le sue strade strette, le sue case che non riesci neanche a mettere un piede fuori dall'uscio e già te lo ritrovi a contendere il passo all'esercito delle ruote. Procida che invece meriterebbe silenzio, aria fatta solo di venti dominanti, passeggiate in pieno rilassamento, abbandono alle delizie della natura. Vero che in certi giorni e certe ore vige il divieto di circolazione. Ma tanti sono i permessi in deroga, e tante le strade considerate 'sicure' dai motoromani, che tu, pedone ignaro e fiducioso, rischi perfino di più: non stai sul chi va là e, dietro una curva, da una traversina, la ruota sta magari in agguato, pronta ad arrotarti i piedi, le gambe e pure tutto il corpo se le riesce. Se poi ti capita di incontrare quei mezzi che trasportano materiali edili, eh, quelli hanno sempre fretta. Non corrono mica, quelli scappano, come se fossero inseguiti. Devono fare affari e non si possono permettere di rallentare, o addirittura frenare, perché gli si è parato davanti un essere, chiamato pedone, che ha il cattivo gusto di camminare o addirittura passeggiare, maledetto intruso rompiscatole, invece di montare in auto o in moto, e correre, correre forte, che se no pure così dà impiccio, accidenti. Un nuovo vocabolo è stato allora necessario coniare a Procida, al posto di 'passeggiare'. E' 'ruoteggiare'. Si ruoteggia per spostarsi di pochi metri, si ruoteggia per andare dalla comare, si ruoteggia, mano nella mano, con la fidanzata, si ruoteggia per farsi vedere con l'auto nuova e importante, si ruoteggia tanto per fare qualcosa… I piedi e le gambe dei procidani intanto si rattrappiscono, si riducono. L'uso sviluppa l'organo, si sa, il disuso al contrario… La cosa è giunta, infine, alle orecchie degli esperti. Ed ecco che antropologi e sociologi sono piombati a Procida per studiare minuziosamente il fenomeno. Ci hanno scritto saggi e organizzato tavole rotonde. Ma più rotonde delle tavole rotonde sono le ruote. E vanno, vanno senza posa, veloci, spinte da potenti motori.

Un bel sogno

Arrivavo dal mare, come su di un veliero antico, lento e solenne. E, in una leggera foschia, la riconoscevo, era proprio Procida. Eppure, di primo acchito, diversa. Guardavo attentamente, e finalmente capivo: le facciate delle case verso il mare erano attintate con colori assonanti. Evidentemente, secondo un piano che permetteva di distinguere le singole unità ma anche di ottenere un effetto d'insieme armonico, piacevolissimo e inopinato. 
Sbarcato, mi guardavo intorno spaesato: non riuscivo a vedere né un'auto né una moto! Tutti, giovani, vecchi, donne, bambini, andavano a piedi, con passi tranquilli e compiaciuti, occupando in larghezza tutta la strada. Solo di tanto in tanto si scostavano, ma era per il passaggio di un asinello, di un cavallo o al massimo di un calesse. 
C'era qualcosa di strano, e al tempo stesso piacevole, anche per terra. Non era possibile trovare una cartaccia, una busta di plastica, una lattina o qualsiasi altro rifiuto. Trascinato da una forza sconosciuta che mi faceva leggero, andavo a ispezionare anche gli angoli più sperduti dell'isola, anche le spiagge che sempre d'inverno avevo viste ricoperte di detriti portati a riva dalle onde. Niente, tutto perfettamente pulito. Come se una squadra agguerrita di spazzini avesse lavorato con puntiglio perfezionistico. Non c'era nessuna scritta o graffito sugli intonaci o sui muri in tufo a vista, e tutte le case con prospetti sulle strade erano restaurate e tenute in perfetta condizione estetica.
Nella baia della Chiaia, adesso era Ferragosto, impossibile vedere quello a cui da anni sempre si era dovuto assistere: non c'era l'assedio dei motoscafi e fuoribordo, nessuna imbarcazione a motore si spingeva verso riva, nemmeno lentamente per rispetto ai bagnanti, si poteva nuotare tranquillamente fino al largo, e a riva non arrivava nessun liquame e rifiuto, anche con le correnti sfavorevoli. L'acqua era limpida, senza schiume e bollicine, di un verdino celestiale. 
Girando per l'isola come un fantasma disinvolto mi accostavo, senza dare nell'occhio, a vari capannelli di persone che chiacchieravano o discutevano. Oh, da non crederci, non veniva mai fuori il nome di qualcuno o qualcuna di cui si dicesse male, mai una pungente insinuazione, un ghiotto pettegolezzo, una rovente maldicenza, un'impietosa stroncatura, neppure una velata critica, mai. Solo lodi, consensi e accordo su tutto. 
Mi rendevo conto - doveva essere passato del tempo - che eravamo sotto alle elezioni. Ebbene, si presentava un solo Partito! Il PTU, Procida Tutta Unita. I piccoli leader, quelli improvvisati e quelli storici che si erano sempre combattuti con astuti mezzi, ballons d'essai, finte e trabocchetti, ora avevano lasciato il posto ad un solo leader, una donna colta e saggia, sotto la cui ferma guida svolgevano serenamente la campagna elettorale: si riunivano e formavano le liste in pubblico, in piena trasparenza, a maggioranza, anzi non c'era bisogno nemmeno di questa, perché c'era sempre l'unanimità. 
Infine mi imbattevo in grosse ruspe, alacremente in azione. Abbattevano le case abusive, ma solo quelle gigantesche, di lusso, messe su da chi ne aveva già una o tante. Mentre andavano avanti queste demolizioni, senza proteste e resistenze, d'altro canto c'era una fertile attività edilizia, tanti operai che ingrandivano e abbellivano le case abusive piccolissime, quelle di necessità, tirate su a fatica da povera gente. 
Ad un certo punto una delle ruspe veniva verso di me, minacciosa, sembrava volermi colpire… 
Allora mi svegliavo. Peccato, proprio un bel sogno.

Religiosità?

La religiosità dovrebbe essere un moto dell'animo pudicamente intimo, difficile da intuire e misurare dall'esterno. Per i procidani invece diventa una formidabile opportunità sociale: rito, rappresentazione, spettacolo. 
I botti e i fuochi artificiali, ecco una loro passione per festeggiare questo o quel santo. Non so quanta devozione nutrano in cuor loro per San Biagio o san Nicola, ma vogliono farsi sentire. Rumorosamente, anche in cielo. E ancor più dai compaesani, a suggellare la testimonianza di una partecipazione, anche economica, all'evento. (Quando stavo a Procida, si facevano sentire all'improvviso anche dalle ignare e vulnerabili orecchie mie, nonché da quelle sensibilissime dei miei numerosi gatti che andavano schizzando a destra e a manca, pensando a chissà quale attentato.) 
Altra rappresentazione è quella del rito della messa. Non mi riferisco a vanità come le toilettes sfoggiate dalle signore dentro la chiesa - le donne son vanitose e ci tengono, sempre e dovunque - ma a quel che succede dopo l' "Ite, missa est". Sul sagrato la composta e costrittiva cerimonia liturgica subito lascia posto ad una scatenata cerimonia 'laica', basata su chiacchiericcio, pettegolezzo, critica, insinuazione, interminabile contenzioso con il vicino o il parente. Faccio male se dubito della religiosità di chi immediatamente si riconsegna alle vecchie abitudini, così poco cristiane? 
Religiosità significa, fra l'altro, sentirsi fratelli. Ma sulla fratellanza prevale lo spirito competitivo quando si tratta di partecipare, con le proprie creazioni plastiche, alla Processione dei Misteri del Venerdì Santo. Di gran lunga il più importante e spettacolare evento a sfondo religioso dell'Isola. Competizione fra gli artefici dei Misteri, per mesi accampati in tendoni o androni per comporre i loro fantasiosi, a volte geniali carri ispirati alla vita e al magistero di Cristo. Ma poi competizione e soprattutto presenzialismo, gerarchia di ruoli nella processione, sontuosa passerella dei personaggi eminenti, maggiorenti, influenti o emergenti, che si offrono con falsa compunzione agli sguardi della fitta folla ai margine della sfilata, ricca di procidani, immigranti e turisti per un giorno. L'importante è esserci nella passerella, al posto giusto e in evidenza: la rappresentazione del calvario di Cristo si mescola, fino ad esserne talvolta sopravanzata, con la celebrazione del proprio ruolo sociale nella comunità procidana; l'urgenza mondana del rito rischia di mettere in secondo piano la drammatica esemplarità del sacrificio del Salvatore. 
Quando poi la religiosità, sinceramente sentita o socialmente ostentata, viene del tutto meno, può succedere che irrompa in scena addirittura la criminalità blasfema. Ciò contro cui combatté Don Luigi Fasanaro: i furti nell'Abbazia di San Michele. Don Luigi si rese protagonista, in quell'occasione, per i suoi cartelli sanguigni e sdegnati, denunce e invettive contro i ladri sacrileghi. Per questo fu oggetto perfino di ironia piuttosto che essere lodato e sostenuto nell'impari battaglia. Eppure quelle scritte, nella loro genuinità e immediatezza, avrebbero meritato ben altra accoglienza da parte del popolo dei fedeli che pure mostrava un così forte attaccamento alla religione ed ai luoghi del suo culto. L'individualismo ed il lassismo, che tanto spesso serpeggia nell'Isola, lasciò di fatto Don Luigi isolato. 
E dato che oggigiorno la sua figura non viene degnamente ricordata, oggetto di ingrata dimenticanza, mi è sembrato doveroso richiamare questa che fu la più 'pittoresca', ma non la meno importante, delle sue battaglie per l'Abbazia.

Il mare a dispetto

Mi è accaduto quando vivevo a Procida e insegnavo a Napoli. Ero un pendolare, dunque. Uno dei tanti. Come disse un filosofo, natura nisi parendo vincitur, la natura non la si vince se non obbedendole. Perciò avrei dovuto obbedire, quel giorno, al mare infuriato, e restarmene buono buono a Procida. Tanto più che non dovevo andare a Napoli per lavoro o qualche servizio urgente. Invece mi incaponii (per fare cosa, allora? Nemmeno mi ricordo). Forse addirittura non era raggiungere Napoli ciò che mi importava. Forse, semplicemente, avevo deciso di lanciare una sfida: averla vinta su quel mare prepotente, come se la cosa fosse anche in mio potere, dipendesse anche dalle mie capacità. Comincia quella mattina l'ansioso pellegrinaggio alle biglietterie. Niente da fare, il vento ha avuto tutta la notte per montare a dismisura le onde. A Napoli, traghetto o aliscafo, non si va. D'improvviso però all'orizzonte si profila un ferryboat, entra in porto: è diretto ad Ischia. Subito, senza un attimo di esitazione, decido di prenderlo: ad Ischia, che è meglio servita di Procida - penso - troverò da andare a Napoli. 

Ma, giunti ad Ischia - senza troppi patemi perché il tratto di mare fra Procida ed Ischia è meno agitato - vengo a scoprire che l'equipaggio della nostra imbarcazione ha inteso ritirarsi a casa. E così fanno tutti gli altri. Di uscire in mare aperto di nuovo, con quel mare, non se ne parla proprio. Passano le ore e questa avventura sembra trasformarsi in un'imprevista gita a Porto d'Ischia. O che addirittura non sarà possibile tornare a Procida entro la giornata. Mi toccherà pernottare fuori casa! Di momento in momento la folla in attesa di qualche notizia, accampata come profughi o aspiranti emigranti, si ingrossa: corrono voci, di speranza, di delusione, di estenuante attesa. Ma, finalmente, verso le 15, giunge la lieta novella: un ferryboat, della stessa compagnia di quello che mi ha portato ad Ischia, si avventurerà in mare fino a Napoli. Passa ancora molto tempo prima che cominci, concitato e disordinato, il lungo imbarco. E partiamo. Oh, come vorrei essere un esperto navigante procidano aduso a disinvolti mirabolanti equilibri contro ogni beccheggio e rollìo, per quanto esagerato. Non arrivo a dover rimettere sul pontile, dopo corsa affannosa, in sacchetto gentilmente messo a disposizione. Ma sì che ballo di brutto. E cerco di passare mentalmente in rassegna tutti i consigli ricevuti in proposito dai procidani: mettersi nel baricentro, sedersi rilassarsi chiudere gli occhi, respirare profondamente, assecondare il movimento dell'imbarcazione. Ma la zona baricentrica è già stata accaparrata, respirare a fondo non è proprio il caso perché c'è un tanfo… sembriamo più un'affollata carretta di extracomunitari disperati che un ordinario traghetto di pervicaci pendolari.

Quando dopo travagliato viaggio - il canale di Procida è tremendo in queste occasioni - entriamo nel porto di Napoli, do un'occhiata all'orologio. Nientemeno sono le diciotto passate! Qualsiasi cosa avessi da fare a Napoli, è troppo tardi. Non mi resta che tornarmene a Procida, con la coda fra le gambe. E meno male che è possibile, che c'è qualche altro capitano disposto a sfidare il mare.

Procida intanto è rimasta al suo posto tranquilla. Ad osservare sorniona e divertita tutto quel trapazzo d'onde bizzose e conseguenti patetici sforzi e malesseri umani. Quando infine sbarco, che ormai è sera, lei fa finta di non essersi offesa (eppure ho voluto per forza abbandonarla, quel giorno, pur di consegnarmi alla metropoli napoletana). 

E mi apre di nuovo, generosa come sempre, le sue grandi braccia.

In nome del mare

Ho notato con un misto di perplessità e ammirazione alcune peculiarità della gente procidana. Fra queste, l'atteggiamento rispetto all'evenienza di condizioni meteomarine così sfavorevoli da non poter raggiungere, in caso di emergenza, né Ischia né Napoli. La cosa, a noi immigrati nell'isola, ci ha sempre angosciato. Ai nativi dell'Isola, apparentemente no. In un primo tempo ho attribuito la cosa ad incoscienza e al tempo stesso presunzione di invulnerabilità (A noi non ci può succedere. Pensiamo alla salute!). Solo dopo ho capito che dipende invece dal sentimento con cui viene vissuto il mare. Una sorta di fatalistico rispetto per la sua personalità, per il suo carattere bizzarro e scontroso, fino agli accessi tempestosi: in nome di questo, al di là delle critiche ai servizi medici locali, è possibile e giusto accettare. Anche di rimanere sull'isola indifesi, chiusi nell'assedio delle onde marine. 
Altra peculiarità procidana, la gelosa difesa del rito della pesca solitaria. Intendo parlare non della pesca professionale, lavoro collettivo per il guadagno ed il sostentamento, con tanto di peschereccio - a saccaleva. Bensì della pesca come passatempo del singolo. Ma dire passatempo è sminuirne il senso: non si tratta di passare un poco di tempo, il sabato o la domenica, nella propria barchetta, per portare a riva qualche pesciolino, o anche un bottino più consistente se si è scoperto un tratto di mare particolarmente pescoso, in una gara, a botte di sfottò, con altri pescatori solitari. Si tratta di un incontro con il mare, con il proprio mare, con i suoi venti, le sue correnti, il suo profumo, il suo ondeggiare che è quasi culla per regredire nell'infanzia, la sua voce che in certi momenti sfiora la vertigine del silenzio. Quel quasi-silenzio in cui infine è possibile incontrare se stessi. Senza riti sociali, convenzioni, patteggiamenti, cautele, battaglie, compromessi, pettegolezzi, e tutto quanto si chiede al singolo come prezzo per ribadire l'appartenenza alla compagine comunitaria. Questo non lo capii subito, ancora una volta. E ci rimasi male quando un caro amico procidano - non farò il nome, ovviamente - alla mia ingenua richiesta di andare con lui a pescare, oppose un imbarazzato ma fermo rifiuto. Credevo che rifiutasse me; invece sceglieva il mare, la sua seduzione assoluta in un idillio solitario. Io sarei stato comunque un intruso! 
Una severa e serena dignità guida i gesti dei procidani quando hanno a che fare con i riti e ritmi del mestiere di pescatore. Il mare violento, le incertezze delle dinamiche della pesca, il logoramento del tempo, causano lacerazioni nelle reti. E allora tu vedi questi uomini dalle facce arse e segnate dal sole e dai venti, che rammendano. Sì, rammendano le reti. Non lo fanno con la gentile delicatezza delle loro donne matriarche, ma con piglio virile, concentrati e precisi. Viene voglia di fermarsi ad ammirare gesti così misurati ed efficienti. Sono parte della faccia genuina e sana di Procida, quella che non sogna sviluppi turistici improbabili e pericolosi (vedi Ischia); che non sogna altre case abusive; che rinnova le sue tradizioni e le sue leggende con caute aperture alla 'modernità'; che, radicata nella terra - la Procida contadina e casalinga - torna sempre al mare come al suo complemento indispensabile. Il mare senza il quale è monca, terra arsa che ha sete di acqua salata. "L'Isola davanti al mare", come s'intitola uno dei libri dell'amico Pasquale Lubrano Lavadera. Confesso che solo ora capisco appieno la profondità di questo titolo, che un tempo mi parve quasi strano.

Fra terra e mare

Ci sono vari modi di essere isola. Ho riflettuto su questo, fino a giungere ad una conclusione che sembra un paradosso: se isola è una terra completamente circondata dal mare, allora aumentando l’estensione del territorio si arriva fino ai continenti. Anch’essi sono isole! Isole gigantesche, ma pur sempre isole. Però isola, per noi, nel nostro quotidiano immaginario figurativo, è soprattutto quella piccola. Così l’isola d’Elba lo è più della Sardegna, della Corsica, della Sicilia. Ischia lo è più dell’Elba. E Procida lo è più di Ischia. Un’isoletta, Procida, di neppure quattro chilometri quadrati. E con perfino meno terra a disposizione quando il suo mare, montato dai venti, la flagella penetrando ben oltre le battigie e i moli. 
Ricordo un anno, quando abitavo lì, in cui il vento scatenò una mareggiata talmente prepotente che alla Chiaiolella le onde impazzite e rabbiose arrivarono nientemeno a sfondare i vetri di uno stabilimento balneare. Quando infine, placate e sazie per la prolungata e profonda incursione, si ritirarono, lasciarono non soltanto stelle marine e pesci morti, ma anche plastiche bottiglie lattine. E tutto ciò che il genere umano ama ‘donare’ sotto forma di residui della propria riproduzione materiale. Ricordo che, fra l’orrore dell’aspirante ecologo ed il divertimento del ragazzino improvvisato, feci una lunga minuziosa passeggiata sulla lunga battigia devastata. Raccolsi di tutto. Non mi sarebbe bastato un grosso sacco per l’immondizia per contenere una piccola parte di ciò che incontravo ad ogni passo. E mi resi conto di quanto fosse illusorio quello che, durante un viaggio in Sicilia, sentii dire, con convinzione, a Ficarazzi, provincia di Palermo: “il mare purifica tutto”. Fosse il cielo! 
Il mare, piuttosto, restituisce agli umani la nuda consapevolezza della loro pseudociviltà. Impura e inquinante. E non-consumista, nel senso che questi materiali non sono biodegradabili, non si consumano che in tempi lunghissimi, anni o perfino decenni o secoli! 
Il mare grosso. Una forza impressionante che perfino naviganti, marinai, capitani di coperta temono, anche se esperti lupi di mare. Non solo la forza che ti rovina o affonda la barca, che ti fa interrompere e procrastinare la pesca, che impedisce la partenza e il ritorno ai pendolari. Il mare che sa fare vittime, oppure benevolmente graziare. Ed allora ecco due testimonianze, agli antipodi, di uno stesso dramma: il monumento ai caduti, da un lato, gli ex-voto, dell’altro. 
Il monumento ai caduti, fortemente voluto dalla tenace tensione morale di Nicola Scotto di Carlo, è un commovente tributo dei Procidani ai loro cari che il mare gli ha strappato, impietoso nella sua forsennata violenza. Pietosa è stata invece la mano dell’uomo quando, a mo’ di risarcimento, ha fissato per sempre la memoria in un’opera (monumento appunto, dal latino ‘moneo’, ammonire) che fu inaugurata con grande emozione e partecipazione. (E che però, in seguito, fu anche danneggiata, pare, da giovani vandali. Individui che verosimilmente non hanno conosciuto il mare: le sue leggi, la sua rigorosa disciplina, la sua rischiosa fascinazione). 
Gli ex-voto, nella chiesa dell’Annunziata, mostrano il versante opposto, quello di coloro che il mare ha voluto, chissà perché, risparmiare, e che hanno sentito il sacrosanto bisogno, un imperativo etico, di testimoniare la loro religiosa riconoscenza: sulle pareti, una composizione sterminata di oggetti, quasi a formare un devoto gigantesco arazzo, dove la gioia ed il sollievo per lo scampato pericolo – mi piace pensare - non sono del tutto disgiunti dallo sconcerto per la sorte diversa toccata alle vittime. 
Il tutto in nome del mare. Mare di vita. Mare di morte.

Il poliedro di Francesca

L'insegnamento, la narrativa, la poesia, il canto, il disegno - e chissà cos'altro magari ci nasconde! - nessuno di questi campi sfugge alla versatilità di Maria Francesca Borgogna. Per gli amici semplicemente Francesca. 
Laureata in Filosofia, docente di Italiano e Storia, con varie abilitazioni all'insegnamento, Corsi di perfezionamento e cariche ricoperte nella Scuola, Francescca coltiva in parallelo altri limpidi talenti. Innanzi tutto la letteratura, per cui ha meritato premi, riconoscimenti e pubblicazioni. 
Ricordiamo: 
"Scelte Onomastiche e sensibilità religiosa a Procida…" per la rivista Materiali; articoli per la rivista di cultura e umanità varia "Narrazioni"; nelle raccolte antologiche I racconti del Caporale, selez. premio Teramo 2004/2005, con "Il Cavaliere delle nuvole"; Racconti, selez. Premio città di Empoli-Domenico Rea, ed. Ibiskos-Ulivieri, 2005 e 2008, con "Quattro gocce di rubino rosso" e "Rosa fancy"; Antologia Salerno poesia, ed. Cantelmi, con la poesia "Passaggio"; Lettere d'amore e d'amicizia, antologie ed. Ibiskos-Ulivieri 2006 e 2009, con "Guardando te che dormi" e "Un giorno vorrei avere il tempo"; L'Eco del vento, antologia, ed. Pagine 2007, con le poesie "Icaro vittorioso", "Il Verdetto di Eros" e "Venus"; antologia Alchimie poetiche, ed. Pagine 2008, con "Mezzogiorno mediterraneo" e "Arcobaleni"; Raccolta concorso Storie di donne 2005 con "Quinta di luna"; Del sale e la rosa, raccolta di poesie di AA.VV.; Il profumo dell'uva matura, raccolta di racconti di AA.VV. sul tema dell'uva e il vino, scrittura al femminile tra ricordo e invenzione. 
Poi c'è il canto, abbinato in spettacoli con la poesia, come si è concretizzato sin dal 2003 nell'Associazione Culturale "Pleiadichorus", di cui Francesca è Presidente e Corista. Ha partecipato come corista alla registrazione del CD L'attesa e il Compimento, raccolta di canti sacri tradizionali di Procida, e come articolista al libretto allegato al CD; come Presidente di giuria alla I e II edizione del concorso letterario "Le Ali di Pindaro", indetto dalla stessa Associazione; in qualità di tutor all'edizione di "Scuole aperte 2007" Ist. Superiore Procida. 
Sono stato stringato nell'elencare talenti e titoli di Francesca perché mi interessava lasciarmi un po' di spazio per parlare del suo romanzo Il Talismano (L'Orientale Editrice, 2009), per il quale ha ottenuto una segnalazione speciale all'ultima edizione del "Premio Procida Isola di Arturo - Elsa Morante" e una menzione d'onore al l Premio Letterario Internazionale di Narrativa e Poesia "Tra le parole e l'infinito", X Edizione 2009. 
Storia e invenzione, contesto sociale e vicenda personale, vi si intrecciano e si amalgamano, trasformando la passione dell'Autrice per lo studio della storia in base di conoscenza felicemente risolta in termini narrativi. Lo spirito dell'epoca scelta, il XVI secolo in Francia, tratteggiato a grandi pennellate come in un quadro impressionista, serve a far venir fuori una problematica umana eterna, la tormentata avventura di una donna in lotta per l'esistenza e la sopravvivenza contro molteplici minacce di violenza, e al contempo alla ricerca di una identità in nome dell'amore vissuto al femminile. Lettura coinvolgente non solo per il tema, ma anche per la bella prosa, con puri accenti poetici, che Francesca sa donare al lettore. Non dirò di più di questo romanzo - il mio scopo principale era di invogliare a leggerlo chi non lo abbia già fatto - se non che è corredato di alcune efficacissime illustrazioni, a riprova del talento dell'Autrice anche nel disegno. 
In conclusione: la luna, si sa, ha due facce. Il poliedro di Francesca, molte di più.

Una monade con Lucilla

Questo 'cammeo' è dedicato a Lucilla Actilio. Ma anche, egocentricamente, al sottoscritto. O meglio alla nostra consolidata amicizia sotto forma di sodalizio narrativo. 
Ma andiamo con ordine. Lucilla, nata a Venezia da padre genovese e madre procidana, è procidana verace, fin nel midollo delle ossa. Così come, al di là del suo stesso riconoscimento data la coriacea modestia, è narratrice di vaglio (nonché molto abile nel disegnare). Ma non lo sa il mondo perché lei, schiva e aliena da ogni auto-promozione, conduce la sua vita sul ritmo basilare della cura della famiglia, che ha privilegiato dopo la laurea in Lettere Moderne e un breve periodo dedicato all'insegnamento. 
Proprio per questo sereno, oggigiorno rarissimo, disinteresse a farsi avanti come scrittrice, i suoi testi narrativi sono quasi tutti inediti: la novella lunga Sissa (storia, lungo l'arco di una giornata, e con un finale surreale, di una giovane sposa), i romanzi Universo minimo (sulla "casalinghitudine", con l'uso del flash back, adoperato con straordinaria padronanza) e La fiaba bella del mago del castello (sul dramma dell'incomunicabilità bambini-adulti, scritto ibrido per la lettura degli uni e degli altri), ed ulteriori lavori narrativi che l'Autrice non ha cercato di pubblicare. 
Con il romanzo Sia vince un concorso nazionale, promosso da "Famiglia Cristiana", sul tema del rapporto madre-figlia. Romanzo poi pubblicato con il titolo I fili del ricamo: storia drammatica di malattia e morte, il cui dolore può essere accettato solo in virtù della fede, risposta definitiva alla ricerca di significato per la vita. Vi emerge una consumata sapienza narrativa: il procedere avanti e indietro nel tempo; un'alta tensione poetica che mai viene meno; l'opportuna scelta, ogni volta, del punto di vista; le mutazioni della voce narrante; le descrizioni ambientali non come mero sfondo bensì proiezioni delle dinamiche del mondo umano. 
Il nostro sodalizio narrativo, che data da molto tempo, consiste in una coraggiosa sperimentazione, ideata da Lucilla. Scrivere racconti a quattro mani, secondo questa formula: ogni racconto, iniziato alternativamente da uno dei due, viene completato dall'altro. Per cui chi ha l'idea iniziale, non la può portare a termine, e chi la completa, deve partire da un'idea non sua. Due metà che devono farsi unità a dispetto di due peculiari modi di scrivere. Ne è scaturita una raccolta di venticinque racconti significativamente intitolata Una monade in condominio - ossimoro, ancora una volta brillante invenzione di Lucilla - una cui selezione intendiamo pubblicare. La lettura di questi testi proporrà un gioco-quiz, indovinare dove finisce la metà di un autore e dove inizia quella dell'altro, con possibilità di andare a vedere poi la soluzione. 
Infine un piccolo saggio dell'arte narrativa di Lucilla, non priva di gustosi toni grotteschi, dal racconto La sorella di Faust, nel momento dell'incontro con Mefistofele: 
A dire il vero intuisco la sua presenza, più che vederlo. Una cortina di fumo denso e puzzolente occulta ancora la sua figura che intravedo come sagoma sgraziata. Porca miseria, penso, è proprio a corto d'inventiva! Infatti già si compone, sfuocata, la solita trita, logora iconografia da satiro con tanto di zoccoli, corna e coda puntuta e guizzante e, ahimè, ora da essa si sprigiona improvviso un insopportabile tanfo di caprone che sovrasta l'odore sulfureo. Deglutisco per ricacciare un principio di nausea. Ho profuso sulle mie forme voluttuose, essenze afrodisiache, le più esotiche ed ora... Scuoto cauta la fulva serica massa dei capelli e arriccio il naso per aspirarne l'aroma stordente. L'aria, appena smossa, mi rimanda l'olezzo stomachevole di stallatico...

Giulio il poeta

Devo confessarlo. Non ho molta simpatia per i poeti, voglio dire per tutti quelli che scrivono poesie e si credono perciò poeti. E quanti se ne incontrano, purtroppo. Poi ci sono le mie prevenzioni letterarie: dico poeta e subito penso a Catullo, Dante, Leopardi, Baudelaire, D'Annunzio, Dickinson, García Lorca, Masters, Neruda, Montale, Quasimodo, Ungaretti… E poi, ancora, c'è l'immaginario estetizzante a proposito della figura del poeta: magro, pallido, con lo sguardo perso all'infinito, pensieroso con un velo di mestizia, e qualche altro tocco ben studiato per comporre l'immagine di un essere tutto spirituale. E invece no, non è necessariamente così. Un poeta, ben diverso da questo cliché, l'ho conosciuto. E' nato e vive a Procida, e si chiama Giulio Badalucci. Diplomato all'Istituto tecnico nautico, prima ufficiale, poi Direttore di macchina, ha girato per lavoro il mondo di porto in porto, dal bacino del Mediterraneo al Nord-Africa al Mar Nero, dai Caraibi al Nord-America. Barba curata quasi bianca, capelli raccolti all'indietro in una giovanile coda di cavallo, voce baritonale raschiata, corpo in carne a cavalcioni di una moto potente, Giulio lo devi sentire in azione. Recitare con trasporto, fiato emesso con sommessa emozione, le sue poesie. E sai subito che lui non è uno dei tanti velleitari dilettanti, che lui, Giulio, è un vero poeta. Quando lo incontri per le stradine di Procida, non si ferma a parlarti di guai o di pettegolezzi, evita queste piccolezze che non gli si addicono. Magari esordisce con l'ultima questione 'politica' isolana, perché partecipa con dolorosa premura al destino della sua Procida. Ma altro è quel che più gli preme: ti guarda negli occhi per vedere se sei disponibile e pronto - la poesia non si può affidare ad un orecchio distratto - e ti recita gli ultimi versi di sua composizione. Può sembrare che lo faccia per verificare che quei versi funzionano. Ma in effetti lui lo sa già, è cosciente del suo valore. Se te li recita, è una maniera per creare un ponte - un ponte alto, non banale, non triviale - con l'interlocutore. Ed anch'io, che poesie non so scrivere ma so capire quelle buone, plaudo all'armonia di parole che scatenano allusioni, rimandi, evocazioni. Che emozionano, in un leggero stordimento, come appunto deve fare la poesia. 
Alcuni di questi versi sono stati raccolti in un libretto: Procida anima e corpo. Poesie erotiche. Un erotismo delicato, gentile, carezzevole. Perfino quando l'allusione alla sessualità è più diretta e corposa. Pigliamolo, allora, in mano, questo libretto, e leggiamo due poesie: 
PROCIDA 
Sporgenze ed anfratti, miscuglio/ confuso e/ teatro di un'orgia, colma di/ sessi diversi e protesi, appartenenti/ a Dei pagani, e a splendide/ puttane/ diventano grotte e punte./ E, il mare intorno,/ dolce e violento,/ acidoso succo d'amore/ ricordo l'amplesso sacro e/ profano/ consumato nel tempo. 
L'ARPA INFEDELE 
Escon calde le note dell'adultera arpa,/ cantando il piacere dell'insano/ contatto./ Violenza e passione, miscelan le/ note/ e rendon sublime la perversa/ lussuria./ Perdono magìa, e diventano/ cadenti/ le note dell'arpa che ritorna in/ famiglia. 

Se cerchiamo i termini più frequenti nelle sue poesie, troviamo: amore, donna, sesso, sogno, luce, occhi, acqua, corpo, animo, vita, notte, tempo, profumo, sapore, terra, sole, calore... Ci sono tutti gli elementi fondamentali che connotano chi è procidano: sensuale e sognante, plasmato con gli elementi terra mare cielo. "Navigante-poeta", Giulio, come è stato denominato. Ma ora che, passati i sessanta, non naviga più, per sempre, comunque, poeta.

Il tango di Tjuna

Qui non parlerò dei molti titoli di Tjuna Notarbartolo: giornalista, critico letterario, saggista, direttore del Premio Elsa Morante, membro del Comitato Radio-Televisivo della Regione Campania, collaboratrice di vari quotidiani, traduttrice dal francese, esperta in mass-media. Qui mi occuperò soltanto del suo tango elettrico. Per chi non lo sapesse, non si tratta di una variante della nota danza argentina; né tanto meno di una scuola di ballo latinoamericano da lei inaugurata nell'Isola natìa. "Tango Elettrico" è un romanzo (editore Borelli, collana Pizzo Nero - romanzi erotici scritti da donne). 
Molti sono gli aspetti rilevanti di questo libro. Notevole è innanzi tutto la struttura narrativa, in cui il rimando biunivoco di messaggi fra due dialoganti viene ogni tanto interrotto da parti in terza o in prima persona. Ma quel che predomina, incalzante e quasi ossessivo, è il ritmo iterativo, insistito ed estenuante come il bolero di Ravel e, al tempo stesso, lento ma inesorabile crescendo, onda montante di sottile eccitazione. Le nuove tecnologie della comunicazione si fanno scheletro portante, dettano al gioco dei sentimenti desideri aspettative turbamenti il loro ritmo, andamento sincopato. Quasi un metronomo, a scandire il coinvolgimento del lettore. 
La tensione erotica ha anche i toni del 'giallo', giocando sull'ambigua identità dei dialoganti attraverso i succinti, a volte misteriosi, messaggi sui telefonini. Il testo è attraversato, e sostenuto, da una suspense: questa spinge il lettore a procedere rapido ma, al tempo stesso, la carica trabordante di sensualità lo turba e cattura, gli regala il piacere vischioso di attardarsi. 
Sin dall'inizio, un linguaggio mai prosastico, mai giocato sull'ovvio. Eppure si sa, quando ci si addentra nella narrativa erotica, la volgarità e il ridicolo sono sempre in agguato, la caduta di stile è come una insidiosa buccia di banana lungo il percorso dello scrittore. Tjuna se ne tiene ben lontana. Ecco qualche esempio: 

TANGO ELETTRICOSarebbe un altro buio, emozionante da togliere il respiro, ti ricorderesti solo di un corpo… voglio sentirmi un giocattolo tra le tue mani… chiudo gli occhi e il tepore delle lenzuola è una tua carezza… mi prende una smania di te, della tua fantasia. Il silenzio diventa il tuo respiro, ed il buio una benda… Le tue labbra. Le vedo senza vederle. Le ricordo senza memoria… Le sento tiepide e leggere come ali di farfalla che ti sfiorano e ti regalano la possibilità del volo… Sono corpo d'argilla tra le tue mani. Mi attraversi come se fossi l'unica strada al mondo… hai una voce da mordere… Lei, bendata, non può vederlo, ma sente che è la sua testa che la percorre come un sole che percorre la terra, senza toccarla… lui fu un lampo di luce e un giaguaro nero ed era già su che la stringeva in un bacio vorace…Era riuscito a fare di questa strana storia, un amore speziato e saporoso di cui ero ingorda… C'è una notte che sale e tu vuoi tenere a cuccia la tua stella? 

A fine lettura, ci si rammarica che il romanzo sia terminato. Dalla parte dello scrittore e dell'editore, è opportuno che finisca lì. Ma la sua pregnanza lo propone gravido di ulteriori sviluppi, lo proietta verso una continuazione possibile. Ed è il lettore, in un esaltato abbrivio, come barca sospinta da un vento caldo, a continuare mentalmente, a suo piacimento, la storia che non vuole terminata. 
Grazie, Tjuna, per questo tuo tango elettrico. Elettronico. Anzi elettrizzante.

Le due Procida di Roberto Saviano 
Roberto, scusami se mi rivolgo a te dandoti del tu. Forse un oscuro narratore non dovrebbe permettersi questa licenza con uno scrittore mitico. Ma c’è di mezzo Procida e due foto che, incredibilmente, ci legano. 
Il tuo rapporto con Procida si può riassumere in questa formula: troppo presto, troppo tardi. Troppo presto venisti a Procida. Fu quando noi del Gruppo di Lettura “Libriamoci” invitammo Giuseppe Montesano a presentare Di questa vita menzognera . Venisti anche tu, ma fu prima che fosse uscito Gomorra. Solo pochi addetti ai lavori ti conoscevano, solo pochi erano coscienti del tuo straordinario potenziale, che presto si sarebbe tradotto in atto. Un atto clamoroso. 
A corredo di quella visita, si pensò di fare foto ricordo. Il loro carattere era ruspante, familiare, ingenuo, alieno da ogni seriosa ufficialità. Tu Roberto vi appari, in una, con l’accenno di un sorriso, in un’altra, con un sorriso aperto (forse a causa di una facezia di Montesano, a cui sei accanto). Il tuo è il sorriso semplice di un ragazzo di cui non si saprebbe sospettare il coraggio rigoroso e amaro, la capacità di denuncia dettagliata fino al perfezionismo, l’eloquenza secca dei grandi e nobili moralisti. Il protagonista in quelle foto è perciò lo scrittore ormai affermato, e ufficialmente invitato, Montesano. Tu quasi ti camuffi nel gruppo dei piccoli narratori, lì nelle foto a svolgere il ruolo di cordiali ospitanti, ma soprattutto mossi dalla vanità di un momento di gloria: immortalati nientemeno accanto ad uno scrittore famoso. 
Poco tempo dopo tu eri diventato, non famoso, famosissimo. E naturalmente volevamo invitarti a presentare Gomorra a Procida. Ma era troppo tardi. Ormai eri una celebrità vulnerabile, un bersaglio sotto scorta. 
Adesso le foto di te, numerosissime, erano così diverse da quelle con noi. Avevi un cipiglio pensieroso severo preoccupato. Come se l’ombra del Male che avevi vivisezionato con qualità letteraria ti pesasse sulla fronte e sullo sguardo. Sembravi d’improvviso avere più anni di quelli che dimostravi nelle foto procidane. 
Quanto più preziose, per noi, erano queste: senza la cappa protettiva ma anche oppressiva di una scorta, avevi potuto venire disinvolto, spensierato, come vorrebbe e dovrebbe essere un giovane, nella nostra piccola Isola che non sapeva che quella sarebbe stata un’occasione irripetibile. O, se mai ripetuta, così diversa, gravata di lacci mediatici e istituzionali, precauzioni e tensioni per proteggerti. 
Hai affermato, non molto tempo fa, sorprendendoci, che non rifaresti Gomorra . Noi, figuriamoci, non abbiamo titoli per giudicare questo tuo amaro ripensamento. Però in quelle parole sincere abbiamo sentito emergere la voce, perfino un poco ingenua, di quel ragazzo che per fortuna in fondo ancora sei. Quel ragazzo, allora per noi sconosciuto e misterioso, che venne a Procida al seguito del già famoso Montesano. Venisti come comparsa di lusso, ma forse già con il sentore del grande protagonista che saresti diventato. Noi, ignari, non immaginavamo. E fosti per noi – incredibile, a pensarci oggi – solo uno dei tanti comprimari accanto al protagonista.
Elsa a passeggio 
Tutta sei cambiata. Eppure ti riconosco, piccola Procida. Non più la mia Isola di Arturo , ma sempre la mia Isola. Nessuno mi ha riconosciuto allo sbarco, e solitaria vado visitando ed esplorando i luoghi dove vissi e che mi ispirarono. Sono irriconoscibili, eppure li riconosco. Perché sanno parlarmi con una tenace voce antica. Voce che si fa strada, sia pure a fatica, fra i rumori odierni. Perché hanno architetture che sanno farsi vedere, anche se corpi aggiunti, sgraziati ed esagerati, frutto del bisogno, dell’abitudine, dell’ignoranza e dell’arroganza, cercano di mortificarle sopraffarle occultarle. 
Salgo, con il passo lentissimo dei morti – da quanto tempo sono morta, non lo ricordo più, e mi sembra comunque più tempo perché quasi tutti si sono dimenticati di me, eppure… - salgo al vecchio Carcere. Ora è muto, gigantesca carcassa abbandonata. Rifugio per gioco di ragazzini o pomiciate di amoreggianti o buchi disperati lontano da occhi indiscreti. Ricordo bene come era vivo e produttivo quando pullulava dei suoi carcerati e delle sue guardie, e quanta ricchezza forniva e quante storie generava che era giusto e bello raccontare, e qualcuno l’ha fatto fissandole su carta. 
I giganteschi scontrosi vaporetti erano lenti e rari – cosa scomoda, per carità, come potrei negarlo? – ma ciò li rendeva preziosi, solenni e quasi magici: stavano bene nelle cartoline color seppia e meritavano più che qualche sguardo distratto verso ciò che ormai è frequente e scontato, la tanto esaltata modernità. 
Procida, con la tua corazza ancestrale, eri approdo elettivo di intellettuali alieni dal voyeurismo vip caprese e dallo sguaiato carnaio piccolo-borghese ischitano. Le tue straduzze erano appannaggio quasi esclusivo di pedoni rilassati e tranquilli, che conoscevano le gioie del passeggiare e non si dovevano schiacciare contro i muri per bolidi impazienti, lanciati a gran velocità verso ciò che qui è necessariamente sempre vicino. 
Procida, eri un enigma sempre pronto a partorire sorprese. Le janare, prima di assurgere a personaggi fascinosi di romanzi, erano vecchie segrete e segregate in case gravide di penombre. Potenti squarci su di un futuro misteriosamente suggerito, da interpretare con fatica. Donne nutrite dalla forza remota di una terra che non ha bisogno di fornire acque termali per essere definita calda. 
Vivaro era la tua sorellina, isoletta che ti stava modesta accanto, appartata e gravida di storia, senza alcun ponte, scalcagnato e pericoloso, a unirvi e a rompere l’incanto di approdi esclusivamente dal mare, a facilitare l’accesso clandestino di incivili e vandali. 
Ed ecco l’Eldorado, mia tenera dimora. Lungo cannocchiale fra strada e mare, fiancheggiato e protetto da lussureggiante vegetazione, in un silenzio punteggiato di voci sommesse, fruscii, cinguettii, latrati lontani, motori tenuti fuori. Oasi dove riuscivo a concentrarmi, a scrivere il mio romanzo, condensando dentro la magia di parole docili il sapore dell’isola ruspante degli anni ’50. Ho fatto una lunga lunga dolce-amara passeggiata. Sono stanca adesso. Come sanno essere stanchi quelli ormai consegnati all’aldilà. E’ ora che vada. 
Mi allontano, levitando sulle onde appena increspate. E così mi piace guardarti infine, abbracciandoti in un solo sguardo affettuoso, mia Procida. Man mano sempre più lontana. Fino a quella distanza alla quale le immagini del passato nel ricordo prendono, inavvertitamente e definitivamente, il sopravvento sulle immagini di un presente che non posso dire mio.
Marziani a Procida?

Procida può sembrare sonnolenta e indolente. Ma solo ad uno sguardo disattento e ignaro. Quello del turista per poche ore, per intenderci. Allo sguardo del procidano, indigeno e verace, proprio no. Quello sguardo è un obiettivo implacabile, che tutto registra e archivia. 

Così se - come è successo ieri, verso le sette di mattina - tre individui strani vengono avvistati vicino all'eliporto, subito si mette in moto, attraversando tutta l'isola, la macchina fervida e alacre dell'identificazione. Con le inevitabili varianti dovute alla soggettività dei testimoni, nonché al tempo che accumula invenzioni narrative degne di un premio. 

I tre individui - su questo le varie fonti testimoniali hanno concordato - erano bassi come bambini o nani, ma non sembravano né bambini né nani. Vestiti con delle tutine argentee aderenti, diverse da tutte quelle in vendita nei negozi. Con una carnagione chiara più verdognola che rosea, come di chi si è fatto le lampade ma gli è andata male e chissà che intruglio si è spalmato. Con volti ovali, labbra sottili, narici e occhi affusolati e ambigui. Camminavano senza sobbalzi, quasi scivolassero su invisibili pattini, incuranti della pavimentazione sgarrupata. Poi, d'improvviso, si eclissavano. Per ricomparire, dopo alcuni minuti, in un'altra parte dell'isola. 

Sull'identità dei tre si è subito scatenata, e non solo fra i testimoni, una polemica vivacissima. Il partito dei sostenitori dell'origine umana (magari turisti di esotico paese in via di sviluppo, con nascente borghesia agiata, interessata ad escursioni nelle isole italiane), e il partito dei sostenitori dell'origine extraterrestre (magari esploratori interplanetari, in fuga dai disagi della loro patria remota, e alla ricerca di un'isoletta tranquilla ed ospitale dove insediarsi). 

Fra i sostenitori dell'origine umana, si è distinto un gruppetto di donne mature, di quelle che vivono più affacciate al vefio che dentro casa, più interessate alla vita dei vicini che alla propria: secondo loro i tre dovevano essere proprio dei procidani! Possibile? Ma sì, di quelli mal riusciti, causa l'unione fra cugini, o affetti da una variante finora sconosciuta della sindrome di Down, o frutto del segreto commercio carnale con qualche extracomunitario clandestino, portatore di nuove patologie. Bambini, o ragazzi, tenuti per anni ben nascosti fra le mura domestiche, pur di proteggerli dal pubblico spietato pettegolezzo, che è peggio di un morbo. 

L'ipotesi avversa, quella dell'origine extraterrestre, ha trovato però una solida ed accattivante base culturale, che ha permesso anche di precisare il luogo di provenienza dei tre. Infatti, fra i numerosi titolati studiosi locali di genìe e relativi cognomi, uno è giunto a individuare (pare in carte antiche della biblioteca dell'Abbazia di San Michele) un ramo marziano dei diffusissimi Scotto: appunto gli "Scotto di Marte". Genìa, evidentemente, particolarmente ardimentosa, in quanto capace di aggiungere mirabolanti viaggi interplanetari alla scontata tradizione marinara. E ciò darebbe conto, fra l'altro, del singolare taglio, a fessura, degli occhi dei tre individui; occhi impossibili da trovare in un umano, cinese o simile che sia. 

I misteriosi piccoletti, prima di sparire all'improvviso verso le nove, hanno esplorato l'isola in lungo e in largo. Con minuziosa e scrupolosa cura. Ad un certo punto - la cosa ha molto impressionato i procidani - sono stati sorpresi ad osservare, apparentemente ammirati e deliziati, quel che resta dei cassonetti a scomparsa per la differenziata, annusandoli e scrutandone le macchie rugginose. 

Ma, allora, questi tre erano proprio marziani?

Di fronte e alle spalle 

Da Procida, quelli che sono andati via, finiscono per ritornarci. Spesso o raramente, ma finiscono per ritornarci. Per ritrovare qualcosa che stavano dimenticando. Nel bene e nel male. Per correggere un giudizio severo che il tempo e la lontananza sanno aggravare. Per contenere una nostalgia troppo benevola, dimentica degli inveterati comportamenti patologici, incline a indulgere alla mitizzazione, al buonismo di maniera, al qualunquismo stancamente ottimistico. 

Ci si ritorna a Procida. E, allo stagliarsi della bassa sagoma caratteristica e cara, si prova nelle viscere come un sommesso languore, al tempo stesso piacevole e inquietante. Si sa e si vede che è bellissima, da lontano. Si teme e si sa che è tutt’altro che impeccabile, da vicino. 

Ed all’attracco, con il portellone finalmente calato dopo un’attesa stillicidio, si scende dal traghetto con uno slancio frenato. Desiderosi di ritrovare il profumo antico, colori, odori, sapori da riconoscere e gustare ancora una volta. Timorosi di imbattersi nelle solite cattive abitudini, nelle chiusure ostinate e, per contro, nell’indifesa apertura ai falsi valori della modernità. 

Non darle le spalle a Procida, tienila sempre di fronte, alla portata degli occhi e con le orecchie ben aperte. Lei, l’isola feconda di mille arti e abilità, sa colpire (in fondo, nemmeno a tradimento, tanto la cosa è prevedibile), con lo stiletto delle parole amare e cattive. Appena giri le spalle, appena ti allontani. E, per sapere come si sparla a proposito di te, devi assicurarti qualche spia amica, che ti venga gustosamente a riferire. E magari diventi uno di quelli a cui a un certo punto l’isola amata comincia ad andare troppo stretta – ma non perché sia meno di 4 km quadrati – uno di quelli che vanno troppo spesso sul continente con la scusa dello shopping o di chissà cos’altro, uno di quelli che cominciano a sognare di scappare, a parlarne ossessivamente, e infine se ne scappano davvero. Affrontano gravi disagi e lunghi adattamenti pur di sottrarsi al giro troppo avvolgente delle genìe, dei vicinati, delle alleanze, delle liti. Dell’ammiria… Oh parola magica, tanto simile all’altra: ammirazione. Forse non si riesce a sopportare il peso di dover ammirare chi è degno di essere ammirato, e allora si è indotti a bandire l’ammirazione con l’ammiria. Sciapita l’ammirazione, appetitosa l’ammiria. Un occhio che può diventare un pericoloso specchio ustorio, ed ecco un’ottima ragione per allontanarsi, e così sottrarsi al raggio malevolo. 

Ma più sei andato lontano e più una forza segreta e tenace ti vuole riportare indietro. Come un elastico che tira tanto di più, quanto di più è stato allungato. E se non puoi tornare a lungo, o non puoi tornare subito, o addirittura non puoi tornare proprio e devi rimandare senza sapere sino a quando, allora lei, l’isola a cui continui ad appartenere, si impadronisce di te anche se tu sei lontano, e ti possiede nel dormiveglia, nel sonno, ti piomba addosso e si intrufola fra un pensiero distratto e l’altro. 

E sai, nonostante tutto, che, ti piaccia o meno, rimarrai sempre procidano. Le hai girato le spalle. Ma Procida ti guarda, anche da lontano, con giganteschi occhi spalancati. Ti guarda di fronte, anche se tu ti ostini, severo e scontroso, a darle le spalle. E ti chiama ancora, con voce flebile eppure ferma. Sa che risponderai. Sì, risponderai.

Ancora e sempre qui
un ricordo di Pasquale Scotto di Carlo

Pasquale Scotto di CarloSu via Regina Elena c'è un punto in cui potresti imboccare via Rinaldi. Non capisci se lo vuoi fare o no: ti prende un'incertezza, avverti un contrasto, un combattimento interiore. Qualcosa ti attira e al tempo stesso ti respinge. Avviarsi per la stretta tranquilla strada campagnola, o no? La calamita che attrae e respinge, però, non è lì, all'imbocco. La calamita è in fondo, dove si estende, affacciandosi sul mare procidano, il piccolo villaggio turistico de "La rosa dei vènti". Dove manca colui che vi imperava. 

Nell'era sciagurata della visibilità, del presenzialismo, ci sono per fortuna ancora esseri che fanno segnare la forza positiva della loro assenza. Non perché se ne stiano, schivi e riottosi, lontano dalle luci della ribalta mediatica, chiusi nelle loro case. No. Una mano nera, rapinosa e improvvisa li ha trascinati dall'altra parte, nella Casa dell'Aldilà. E non importa sapere come sia fatta quell'altra casa. Non importa sapere se offre una vita ulteriore, dopo questa, breve e tormentosa, che conosciamo. E, se sì, quale vita. Importa il vuoto creatosi dal lato nostro, quello degli ancora vivi. Ellissi di ogni immagine che possa essere rinnovata nella scansione quotidiana, familiare e rassicurante, del presente. Ellissi che subito fa spazio e permette che il vuoto dei viventi venga inondato, con la vibrazione emotiva dei ricordi affettuosi, dall'irrompere di immagini che vengono dal passato. Quelle che si sono vissute assieme, e che, non potendo subire più l'assalto materiale del tempo, non rischiano di cancellarsi o sbiadirsi. 

Ecco, dopo la lunga passeggiata lungo via Rinaldi, sei giunto infine alla meta, a "La rosa dei vènti". Mentre ti aggiri, lento e rilassato, nel profumo di fiori e frutti, ecco che avvverti, perentoria, una presenza. Una presenza che ritorna. E lo vedi di nuovo. Come se mai ci avesse lasciati, qualche anno fa. Come se nessun anno o mese o giorno fosse passato. Vedi di nuovo Pasquale. Pasquale Scotto di Carlo. Alto, imponente, attivo, attento, cordiale, ironico, misurato, anche un po' malinconico, ma elegantemente malinconico, procidano eppure quasi anglosassone. Capitano di lungo corso, operatore turistico, factotum, scrittore. E, soprattutto, grande anfitrione. Intento a proseguire disinvoltamente - ma nella vita, non nella letteratura - la tradizione che viene da Plauto e da Molière. Ancora una volta lo vedi tenere banco, con i turisti a fargli corona, ad ascoltare le storie che sa dipanare con studiate pause e reticenze. Abile a farti sentire non un cliente, ma piuttosto un familiare, un amico, a farti affezionare, a lui e al luogo, in modo da aver bisogno di tornarci, anno dopo anno. 

Sarebbe inutile e stupido andare al cimitero. Dove fra l'altro le tombe stanno angustamente serrate una contro l'altra. Non è lì, dove tutto è morte, che lo puoi incontrare vivo, vitale. Qui, invece, nella sua "Rosa dei venti", che spiri il maestrale o la tramontana, il grecale o il libeccio, il ponente o lo scirocco, non c'è vento che lo possa trascinare via, che lo possa spazzare lontano da chi lo ha conosciuto e gli ha voluto bene. Pasquale è qui. Ancora e sempre.

un nipote ricorda... [leggi]

 

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ultimo aggiornamento: 01/09/2010