CURIOSITA'
Gabbiani e merli
|
ProcidaQuiz
Chi vuol esser procidano?
versione per
Residenti
e
Turisti
a cura di
Porfirio Tramontana
|
|
|
| |
|
PROCIDA
DENTRO
E FUORI
Da Procida, quelli che sono andati via, finiscono per ritornarci. Spesso o
raramente, ma finiscono per ritornarci. Per ritrovare qualcosa che stavano
dimenticando.
di Claudio
Cajati |
|
L’Isola
dei vèfii
di
Claudio Cajati
Il
vèfio procidano è così importante e caratterizzante da essere stato
scelto da Vittorio Parascandola come titolo del suo saggio, sottotitolato:
folk-glossario del dialetto procidano. In questo testo, se si va a vedere
la voce ‘vèfio’, la si trova preceduta dalla voce ‘vefià’, così
spiegata:
starsene
affacciato al “vèfio” (…) alle donne di una volta il massimo svago
concesso, era lo starsene affacciate, per poco, al “vèfio” per
osservare la vita intorno. E mi pare che proprio questa voce verbale
avvalori quanto segue a proposito del nostro “vèfio”, autentico palco
sulla scena della vita di tutti i giorni.
E
infatti di quest’ultimo dà la seguente definizione:
verone,
muro parapetto di terrazzi o loggiati (…) chiamiamo “vèfio” solo il
muretto dove ci si affaccia per “spuórto” e per guardare, per
osservare, per vedere (…) Mi ostino, perciò, a vedere il “vèfio”
di casa nostra diverso dagli altri e a ritenere che il vocabolo possa
essere nato dal gr.: “eidon” da una radice del verbo “orao” con
significato di: guardo, osservo, miro.
Fin
qui l’autorità indiscussa del grande studioso.
Mi
si perdoni se propongo di aggiungere un altro punto di vista, laddove
l’oggetto di interesse non è soltanto uno dei modi della
comunicazione sociale del popolo procidano, non è soltanto un muro
parapetto di terrazzi e loggiati, il muretto dove ci si affaccia per spuorto.
Considerandolo globalmente come uno spazio architettonico, il vèfio
diventa semanticamente più pregnante se lo si legge anche come singolare
opera di qualità spaziale, dove il famoso parapetto viene messo in
rapporto con la peculiarità della loggia di cui è la conclusione
anteriore. E’ questa allora, la loggia, ad essere messa a fuoco, con la
sua copertura a volta ‘a botte’ dal profilo a tre centri – propria
del barocco maturo – e sono le trasformazioni che nel tempo questo
spazio subisce, non per vefià,
ma per altre esigenze, che interessa esplorare.
Con
questa attenzione, che è propria della mia formazione ed esperienza
universitaria, sono andato quindi, in una lunga piacevolissima
passeggiata, in cerca di vèfii procidani. Ho avuto la sorpresa di
trovarne tanti che non avevo mai notati, in tanti anni che ero qui. Tanti,
di differente importanza, e variamente modificati.
Alcuni
sono stati murati, e così guadagnati alle cubature dei corrispondenti
immobili residenziali (questo tipo di intervento lo chiamerei
‘eliminazione opaca’).
Altri,
un discreto numero, sono stati chiusi a veranda, quindi anch’essi
guadagnati alle cubature dei corrispondenti immobili residenziali ma con
un’operazione meno hard, palese (questo tipo di intervento lo chiamerei
‘eliminazione trasparente’).
Altri,
poi, sono stati amputati da un lato mediante escrescenze vagamente
cubiche, adibite a micro-toilettes, angoli cottura, nicchie per deposito e
simili (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘mutilazione
asimmetrica’).
Altri,
ancora, sono stati disinvoltamente storpiati nel profilo arcuato (questo
tipo di intervento lo chiamerei ‘deformazione menefreghista’).
Infine
– e qui possiamo perfino gioire – ho trovato alcuni vèfii intatti.
Testimonianza commovente di un passato che conosceva la qualità
architettonica e badava a salvaguardarne la memoria.
Ormai
lontano da Procida, non posso che augurarmi che le forze tenacemente sane
dell’Isola riescano a difenderli dal malcostume. Assieme a tutte le
altre testimonianze residue della sua storia e delle sue tradizioni.
|
|
San
Michè, pensaci tu!
San
Michè, è venuto il momento che ti dai da fare per la tua Procida. Non
puoi rimanere fermo, nelle statue, nei quadri, nei santini, mentre la tua
isola è in preda a tante cose che non vanno. Troppo comodo, aver fatto a
suo tempo quel che da te ci si aspettava, ed anche di più, ed ora
poltrire compiaciuto nella tua classica iconografia, con le ali
gigantesche, la corazza luccicante, la spada sguainata pronta a calare sul
diavolo con la testa schiacciata sotto un piede. Il titolo di protettore
di Procida e la conseguente venerazione popolare te la devi guadagnare
ogni volta, giorno per giorno. Nemmeno tu hai diritto a vivere di rendita,
scusami se mi permetto di ricordartelo. Non è più il tempo di liberare
l’Isola dai barbareschi, certo: quelli ormai, in forme aggiornate,
stanno colpendo altrove. Tu devi difendere, anzi liberare Procida dai suoi
nemici interni, dalle sue abitudini dannose. Possibile che te li debbo
indicare io quelli che devi colpire, che debbo essere io a spronarti?
Vabbè,
ti faccio qualche esempio.
La
droga. San Michè, non so se tu lo sai, ma sì che lo devi sapere ché
sempre santo sei. Qua sull’Isola già anni fa c’erano circa trecento
drogati! E da dove viene questo veleno se non dal continente? Ben
camuffato, e ben accolto e distribuito da qualcuno che invece sta a
Procida, e ci lucra senza curarsi di dare disperazione o proprio morte a
tanti ragazzi. Tu, allora, intervieni deciso, stroncali questi viaggi
funesti, afferrala la polvere maledetta, sperdila in mare. Ed i corrieri
combinali come sai tu in modo che non possano più nuocere.
La
politica. A questi personaggi, manovratori incalliti e vaniloquenti, tu
piombagli addosso all’improvviso, prendili di sorpresa. Per lo stupore
ed il terrore spalancheranno le loro bocche, e allora tu dacci sotto di
precisione con la tua spada tagliente, che cadano finalmente un po’ di
lingue biforcute. Tanto, di lingue qui ne abbiamo in abbondanza (anche
quelle, squisitissime, di bue). Forse con lingua mozzata, senza poter più
promettere ed ingannare con le parole, saranno indotti a fare. Fare
finalmente qualcosa per il bene dell’Isola.
Il
traffico. A questi che prendono l’auto o la moto anche se devono fare
poche decine di metri; a questi che corrono come disperati, come se
l’Isola chissà quanto fosse grande, mettendo a repentaglio la vita dei
pedoni; a questi che trovano il modo di girare impuniti sui loro mezzi
metallici anche quando c’è divieto di circolazione, ebbene a tutti
costoro tu, senza dare nell’occhio, dagli una bella squarciata ai
pneumatici, da non poter circolare più e, appena son tornati alla carica
con pneumatici nuovi, tu torna a squarciarglieli. E vediamo chi la vince.
L’individualismo,
le lobby familiari. Le idee anguste che impediscono una sinergia
comunitaria, che creano barriere negative per la produttività e la
vivibilità, i pensieri ostili verso la salute, la gioia, il successo
degli altri, la maledetta ammiria
che avvelena chi la prova ancor prima di colpire il bersaglio: tutto
questo, tu caccialo dalle teste malate e testarde. Lascia stare il
demonio, dedicati a schiacciare queste altre teste perché ne schizzi
fuori tutto il negativo, e che i venti se lo portino via per sempre.
Quando
avrai fatto tutto ciò, San Michè, te ne puoi pure tornare a riposare, a
fare la tua solita bella figura nelle immagini. E stai sicuro, la
venerazione che da sempre ti è dovuta, si moltiplicherà, susciterà
nuovo entusiasmo e nuovi riti: la Procida degli uomini di buona volontà
saprà ringraziarti a dovere.
|
|
Ricordando
Vivara
di Claudio Cajati
L’ultima
volta che ci sono stato, a Vivara, risale a molti anni fa. Ma conservo
ricordi forti, e una struggente nostalgia.
La
sua prima singolarità era che fosse isola, ma arpionata a Procida da un
ponte (costruito all’inizio degli anni ’60 per il passaggio della
condotta idrica per Ischia). Quando questo si è degradato, fino ad essere
inagibile, ho pensato che paradossalmente fosse un’opportunità. Che non
andasse risanato ma piuttosto abbattuto, soprattutto ora che la fornitura
idrica ad Ischia non ne ha più bisogno. Perché una proposta che può
apparire provocatoria e irrazionale? Non è meglio rendere l’isoletta
facilmente accessibile? No, perché la sua vocazione originaria è di
essere isola, raggiungibile solo dal mare: un accesso molto più
romantico, organizzabile in termini turistici, con barchette e barcaioli,
restituendole autonomia rispetto a Procida, di cui si può considerare una
sorella minore che già anticamente si emancipò e che ad essere
emancipata potrebbe tornare.
Poi
mi intrigava quel cancello per l’accesso che qualcuno, autorevole, ti
doveva ufficialmente aprire, ma al tempo stesso quel viottolo sulla
destra, ‘abusivo’, per entrare comunque. E ancora mi impressionava
che, a percorrerla, risultasse molto più grande di quanto avessi valutato
dall’esterno. Un’enorme creatura sonnacchiosa sdraiata nel mare, con
la sua atavica storia di insediamenti micenei, di stazione di riposo per
uccelli migranti, di vivaio di conigli selvatici, di tesoro floristico.
La
prima visita che feci era una visita di gruppo con la guida di un esperto
botanico. Laddove il mio sguardo sarebbe scivolato ignaro, appena
distinguendo una pianta dall’altra, una spiegazione puntuale permetteva
di apprezzare la straordinaria biodiversità che era contenuta anche in
pochi metri, l’intelligenza delle piante rispetto alla conformazione del
terreno, al percorso del sole, alla convivenza con le piante vicine.
Ma
già in quella visita dovetti assistere allo scempio, compiuto da vandali,
delle costruzioni dove un tempo, con frantoi e tini, si era prodotto un
ottimo olio e un ottimo vino. Quello che avrebbe potuto e dovuto diventare
un piccolo museo della cultura materiale, era ridotto in condizioni
pietose: preziose riggiole frantumate o asportate, mura imbrattate, vetri
degli infissi sfondati. Tutto in preda alle intemperie e a nuovi possibili
saccheggi.
La
visita ancora più importante per me fu quella con i fratelli Taliercio.
Un vero e proprio sopralluogo funzionale ad un progetto di valorizzazione.
Fu fatto un primo rilievo fotografico, per documentare anche quello che
non era scontato e il suo stato di conservazione – costruzioni di varie
epoche, dalla romana alla borbonica, alcune semi-nascoste nella
vegetazione, a testimoniare insediamenti e utilizzazioni importanti.
Questo
progetto di valorizzazione prevedeva di coinvolgere tutti gli esperti la
cui competenza permettesse di coprire i vari aspetti dell’iniziativa: il
restauro dei beni architettonici, la fruizione turistica controllata, con
visite guidate in numeri ristretti, la didattica sulla cultura materiale,
sulla flora e la fauna, sulle peculiarità geologiche (la bellissima
pietra vulcanica nera). Era un progetto molto accurato e articolato che
avrebbe meritato, per la sua serietà, entusiastiche adesioni e una pronta
traduzione operativa.
Ma,
l’ultima volta che Guglielmo Taliercio me ne ha parlato, tale possibilità
sembrava ormai svanita, affondata nelle solite pastoie, resistenze,
ostilità. Non so cosa sia successo dopo. Ma so che Vivara, creatura ormai
impaziente, esige che il suo statuto di Riserva Naturale divenga più che
una semplice denominazione.
|
|
Quando
i ghiacciai si sciolsero
Dalle
poche residue, ma affidabili, testimonianze storiche sappiamo cosa
successe a Procida quando intorno al 2050 i ghiacciai del pianeta Terra si
sciolsero ed il livello dei mari si innalzò di molti metri.
Dei
meno di quattro chilometri quadrati dell’Isola ne rimase, non sommerso,
soltanto uno, più o meno. Ma il popolo procidano dimostrò, di fronte a
questo sconvolgente cataclisma, ancora una volta la sua spavalda
familiarità con il mare, nonché tutto il proprio atavico coraggio e il
fattivo spirito di reazione, sostenuto da robusta fantasia.
Anzi
si può dire che il ritrovarsi costretti in un territorio molto più
esiguo, indusse la comunità ad un nuovo traguardo: una solidarietà ed
unità di intenti che in effetti non era mai stata fra i principali pregi
isolani.
Il
commercio e l’uso delle barche ne fu molto favorito, e così pure la
pesca che divenne più facile e fruttuosa. Di fronte alla perdita di tutte
le attrezzature e gli oggetti rimasti sotto il nuovo livello delle acque,
non ci fu scoramento o addirittura inerzia. L’azione di recupero fu
frenetica, quasi gioiosa, come una originale caccia al tesoro.
Perfino
la costruzione di case abusive, che anni prima aveva dovuto addirittura
subire l’affronto di alcune dolorose demolizioni, fu incoraggiata dalla
nuova situazione. Nella parte rimasta fuori acqua - Terra Murata, Piazza
dei Martiri e Solchiaro - mentre le autorità nicchiavano indecise su
quali nuove normative urbanistiche ed edilizie adottare, ci fu un gran
fervore di soprelevazioni spontanee, con nuove cupole a incannucciata e
nuovi vefii, ed invenzioni tipologiche inopinate pur di sfruttare la novità
come un’ulteriore opportunità abitativa.
Ma
questo non poteva certo bastare ai bisogni e ai sogni di benessere dei
procidani. Così essi, con la loro proverbiale ingegnosità e perizia
tecnologica, riuscirono a costruire – ben nascoste sott’acqua –
delle case che ricevevano l’aria attraverso una specie di rudimentali
periscopi, e la luce naturale attraverso un sistema di grandi specchi.
Forse quelle case erano un poco umide, ma gli abitanti dell’Isola,
marinai e pescatori da sempre, con l’umidità ci convivevano da sempre e
avevano una ben consolidata familiarità.
Il
turismo, che aveva cominciato a languire, ne fu risollevato. Con piccoli e
grandi batiscafi, della Caremar e di varie compagnie private, anche
improvvisate, venivano organizzate nei weekend visite sottomarine guidate
in cui era possibile ammirare tutti i ritrovati per rendere confortevoli e
graziose le abitazioni sommerse, molto apprezzate anche dai pesci di
passaggio.
I
vecchi partiti naturalmente furono travolti, come da uno tsunami. E nuovo
sindaco, dopo una lunga e travagliata campagna elettorale, fu eletto, è
il caso di dirlo?, un sub, il più esperto e ardimentoso. La sala
consiliare e l’ufficio del primo cittadino erano ben in fondo al mare,
anzi nel punto più basso del fondale isolano. Questo doveva dare un
messaggio di umiltà e disponibilità: non più l’istituzione ed il suo
massimo esponente, a dominare gli elettori dall’alto, bensì alla fine
di una agevole e piacevole discesa, realizzata con una navetta messa a
disposizione proprio dal Comune.
Ben
presto, però, i procidani dovettero patire una clamorosa delusione: il
nuovo sindaco riceveva sì chiunque volesse prospettare un problema, ma di
fronte alle molte questioni irrisolte dell’Isola, e soprattutto alle più
controverse e scabrose, il motto immancabile, con cui ogni suo discorso si
concludeva, era: “Acqua in bocca!”.
|
|
Procida al femminile
Voglio parlare bene delle donne (credo
nella reincarnazione e spero di rinascere donna). Ma soprattutto bene
delle donne procidane.
Comincio da quelle obese. Portano i loro molti chili in più con gioviale
e serena disinvoltura, talvolta addirittura con incedere trionfale. Ne ho
viste alcune che erano anche recenti mamme: la pienezza dovuta alla
gravidanza ne era esaltata, l'orgoglio per aver dato luogo ad una nuova
vita, rafforzato. Con una sensazione di salute in contrasto con il parere
dei nutrizionisti.
Proseguo con le matriarche. Donne magari oscure e silenziose, che tirano
la carretta in assenza del marito navigante, o in presenza di un marito
ectoplasmico e inconcludente - come siamo talvolta noi mariti, non solo a
Procida. Con la forza e la determinazione che dovrebbe essere appannaggio
dei maschi, risolvono ogni problema, senza titubare. E se proprio hanno
un'incertezza, sanno con chi consigliarsi, magari con una matriarca più
matriarca di loro.
Una variante delle matriarche, in quanto donne di comando anche fuori
dell'ambito familiare, sono le dirigenti, le politiche. Non sono
moltissime, ma quelle poche, davvero notevoli. Fra le dirigenti, una ne ho
conosciuta, dirigente scolastica - quella che una volta veniva chiamata
preside - che alla competenza specifica unisce la vastità di orizzonti,
il polso fermo, la rapidità operativa e decisionale, e un cordiale garbo
nel trattare con il pubblico. Fra le donne in politica una - che è
inutile citare - è quel che si dice "un cavallo di razza": in
politica da decenni, conosce tutti i meandri, le procedure, le varie
istituzioni con le loro leggi e consuetudini, il tutto sorretto da una
passione mai doma, una voglia di schierarsi e di affrontare tutte le
battaglie, con una continuità d'azione davvero rara.
Abbondano, poi, le creative. Narratrici, poetesse, pittrici, cantanti,
teatranti. Ho conosciuto soprattutto le narratrici, spesso poco o per
nulla determinate a farsi avanti ma molto dotate e meritevoli di maggiori
traguardi. Le poetesse sono riuscite a vincere la mia idiosincrasia per la
Poesia quando non abbia la caratura dei Grandi. Le pittrici hanno
dimostrato di saper interpretare con sicura tecnica e forte personalità
artistica i temi procidani.
Lungi da me trascurare le vecchie. E volutamente non dico le anziane, ma
proprio le vecchie, anzi le più vecchie. Sono esse la testimonianza più
genuina di quella Procida antica ed ancestrale che si va man mano
perdendo. Quando le vedevo un po' sperdute e timorose per le strade
affollate di mezzi a motore, alle prese con il ritmo per loro frenetico
che l'Isola ha assunto, a fronteggiare un turismo estivo che mai da
giovani conobbero, mi facevano tenerezza. Cercavo di soffermarmi per
studiarmele, cogliere qualcosa della loro verità. Erano perfette
rintanate all'ombra di un vefio dove, passando rapido, non ti accorgevi
magari di loro che stavano osservandoti, il loro piccolo residuo controllo
del territorio.
E chiudo con le belle, che sull'Isola sono davvero tante. Che siano bionde
o brune, alte o piccoline, pienotte o longilinee, forse sono così belle
perché sono il frutto di quella felice mescolanza etnica di cui Procida
ha potuto avvalersi per la sua posizione ed il suo ruolo nel Mediterraneo.
Alcune hanno nel colorito e nei lineamenti qualcosa che subito le rivela 'arabe';
altre suggeriscono la severa classicità 'greca'; altre presentano un
carattere 'slavo'; altre ancora il colorito chiaro e la capigliatura
bionda che può dirsi 'normanna'; ed altre un più accentuato timbro
'campano' o proprio 'partenopeo' che è a sua volta risultato di un
inestricabile intreccio storico, con tutte le dominazioni che abbiamo
avuto.
W le donne, allora. W le donne procidane! |
|
L'esperienza di Libriamoci
Procida è terra ricca di talenti. In molti
campi, compresa la letteratura. Ci sono lettori forti e scrittori validi;
gente appassionata alla lettura, e autori che sanno che, prima di
scrivere, bisogna leggere e leggere, soprattutto i Grandi. Ma è una
realtà molto limitata in percentuale. Così da un gruppo di amici nacque
l'idea di mettere insieme un gruppo di lettura, con lo scopo di invitare
scrittori a presentare i loro libri e così dare un contributo a
diffondere la cultura della lettura nell'Isola. Cosa comunque non facile,
in un Paese come l'Italia in cui si legge poco e molti non leggono nemmeno
un libro all'anno. Dopo molto travaglio, abbiamo trovato il nome del
gruppo: Libriamoci, che è una felice sintesi fra 'libro' e 'librarsi'. La
lettura, della narrativa così come della saggistica, aiuta a sollevarsi
dal terreno delle preoccupazioni e delle miserie quotidiane, a 'volare
alto' e così vedere il mondo da una prospettiva meno parziale, meno
angusta, prendere coscienza di ciò che non si era sperimentato
direttamente, e diventare più aperti, più tolleranti. Ma non era sempre
facile fissare degli incontri fra noi, trovare le date e gli orari in cui
tutti i componenti fossero liberi. E poi, seppure amicissimi, vivevamo le
solite dinamiche della competizione per il ruolo di leader, il surplus di
iniziative di alcuni, l'attendismo sornione di altri. Inoltre avevamo la
difficoltà di convincere scrittori, con tutti i loro numerosi importanti
impegni, a venire a Procida su invito di chi non poteva vantare né una
chiara fama né la possibilità di offrire lauti gettoni di presenza.
Nonostante questi limiti, abbiamo moltiplicato gli sforzi e le energie per
non arrenderci alle difficoltà. E abbiamo avuto anche grandi successi.
Siamo riusciti ad invitare Giuseppe Montesano a presentare il suo stupendo
romanzo Di questa vita menzognera (in quell'occasione abbiamo ospitato
anche l'allora non ancora celebre Roberto Saviano); Don Gennaro Matino,
teologo che propone un percorso di avvicinamento verso una visione non
banale delle Sacre Scritture; Serge Latouche, venuto a esporre la sua
sconvolgente teoria sulla necessità della decrescita se vogliamo salvare
il pianeta e noi stessi da una imminente catastrofe; Isabella Vaj,
traduttrice delle opere di Khaled Hosseini (Il cacciatore di aquiloni,
Mille splendidi soli) dove è protagonista l'Afghanistan con la sua
millenaria cultura, fatta di miti, leggende, tradizioni, ricchezze
artistiche e naturali; Romolo Runcini, già docente di sociologia della
letteratura e importante teorico del 'fantastico'. Ma abbiamo anche avuto
un flop, con Orhan Pamuk, premio Nobel per il 2006. Non è che potessimo
pretendere di far venire proprio lui, però mi ero attivato, all'Istituto
Orientale, per contattare una studiosa specializzata proprio sulla sua
opera, con la quale avevo concordato che leggessimo, in vista della sua
comunicazione a Procida, una delle opere più affascinanti per il suo
carattere di caleidoscopio labirintico, Il libro nero. Ma avevo fatto male
i miei conti: i componenti del gruppo si sono arenati di fronte alla
voluminosità e complessità del testo, e alla fine ho dovuto rinunciare
al progetto. Con vergogna e rabbia, debbo dire. E da quel momento, prima
di allontanarmi fisicamente da Procida, ho cominciato ad allontanarmi dal
gruppo. Ma me la dovevo prendere solo con me stesso. Avevo sbagliato due
volte: avevo puntato troppo in alto, dimenticando la lezione dei
"piccoli passi"; avevo voluto fare il leader, e non ero riuscito
a portarmi dietro il piccolo esercito di Libriamoci. |
|
La Ruota sull'Altare
Il Signore ci ha dotati di gambe e piedi.
Non soltanto con intenti funzionali, non soltanto per permetterci di
spostarci. Ma, come in tutte le Sue creazioni, anche per darci godimento.
In questo caso, quello di passeggiare. Però l'uomo, l'unica creatura che
ama distaccarsi dall'impianto della natura pur di risparmiare fatica e
tempo, ha inventato la Ruota. E, dopo la ruota, il Motore. Mettete le due
cose insieme, ruote e motore, ed ecco moto, auto, furgoni, camion, tir
eccetera. Mezzi utilissimi, ma anche rivali di gambe e piedi. Ci fu un
tempo, mi è stato narrato, che quando già il continente era invaso dai
nuovi mezzi a motore, a Procida circolavano solo cavalli e asini. Poi
venne il tempo in cui solo il sindaco ed il medico condotto possedevano
un'auto: il suo passaggio era un avvenimento, uno status symbol, un segno
dei tempi che stavano per cambiare. Ma gambe e piedi erano ancora i
padroni della piccola Isola di nemmeno quattro chilometri quadrati. Durò
poco, naturalmente. Ben presto il partito Ruote & Motori si diffuse,
si impose. Più recentemente si è arrivati al paradosso, che farebbe
ridere se non facesse piangere, che al divieto di sbarco di mezzi
motorizzati sull'Isola corrisponde il disinvolto fitto, opportunamente
propagandato a chiare lettere, di moto locali. Così, nella stagione
turistica, e massimamente in agosto, tutti hanno la gradita opportunità
di ritrovare emozioni prettamente urbane: piccoli ingorghi, puzza di gas
di scarico, pericolo di essere investiti da chi non può fare a meno di
lanciarsi ad alta velocità e magari in spericolati sorpassi, o a zigzag,
altrimenti inspiegabili, per aggirare tombini e altre insidie del fondo
stradale. Povera Procida, con le sue strade strette, le sue case che non
riesci neanche a mettere un piede fuori dall'uscio e già te lo ritrovi a
contendere il passo all'esercito delle ruote. Procida che invece
meriterebbe silenzio, aria fatta solo di venti dominanti, passeggiate in
pieno rilassamento, abbandono alle delizie della natura. Vero che in certi
giorni e certe ore vige il divieto di circolazione. Ma tanti sono i
permessi in deroga, e tante le strade considerate 'sicure' dai motoromani,
che tu, pedone ignaro e fiducioso, rischi perfino di più: non stai sul
chi va là e, dietro una curva, da una traversina, la ruota sta magari in
agguato, pronta ad arrotarti i piedi, le gambe e pure tutto il corpo se le
riesce. Se poi ti capita di incontrare quei mezzi che trasportano
materiali edili, eh, quelli hanno sempre fretta. Non corrono mica, quelli
scappano, come se fossero inseguiti. Devono fare affari e non si possono
permettere di rallentare, o addirittura frenare, perché gli si è parato
davanti un essere, chiamato pedone, che ha il cattivo gusto di camminare o
addirittura passeggiare, maledetto intruso rompiscatole, invece di montare
in auto o in moto, e correre, correre forte, che se no pure così dà
impiccio, accidenti. Un nuovo vocabolo è stato allora necessario coniare
a Procida, al posto di 'passeggiare'. E' 'ruoteggiare'. Si ruoteggia per
spostarsi di pochi metri, si ruoteggia per andare dalla comare, si
ruoteggia, mano nella mano, con la fidanzata, si ruoteggia per farsi
vedere con l'auto nuova e importante, si ruoteggia tanto per fare qualcosa…
I piedi e le gambe dei procidani intanto si rattrappiscono, si riducono.
L'uso sviluppa l'organo, si sa, il disuso al contrario… La cosa è
giunta, infine, alle orecchie degli esperti. Ed ecco che antropologi e
sociologi sono piombati a Procida per studiare minuziosamente il fenomeno.
Ci hanno scritto saggi e organizzato tavole rotonde. Ma più rotonde delle
tavole rotonde sono le ruote. E vanno, vanno senza posa, veloci, spinte da
potenti motori. |
|
Un bel sogno
Arrivavo dal mare, come su di un veliero
antico, lento e solenne. E, in una leggera foschia, la riconoscevo, era
proprio Procida. Eppure, di primo acchito, diversa. Guardavo attentamente,
e finalmente capivo: le facciate delle case verso il mare erano attintate
con colori assonanti. Evidentemente, secondo un piano che permetteva di
distinguere le singole unità ma anche di ottenere un effetto d'insieme
armonico, piacevolissimo e inopinato.
Sbarcato, mi guardavo intorno spaesato: non riuscivo a vedere né un'auto
né una moto! Tutti, giovani, vecchi, donne, bambini, andavano a piedi,
con passi tranquilli e compiaciuti, occupando in larghezza tutta la
strada. Solo di tanto in tanto si scostavano, ma era per il passaggio di
un asinello, di un cavallo o al massimo di un calesse.
C'era qualcosa di strano, e al tempo stesso piacevole, anche per terra.
Non era possibile trovare una cartaccia, una busta di plastica, una
lattina o qualsiasi altro rifiuto. Trascinato da una forza sconosciuta che
mi faceva leggero, andavo a ispezionare anche gli angoli più sperduti
dell'isola, anche le spiagge che sempre d'inverno avevo viste ricoperte di
detriti portati a riva dalle onde. Niente, tutto perfettamente pulito.
Come se una squadra agguerrita di spazzini avesse lavorato con puntiglio
perfezionistico. Non c'era nessuna scritta o graffito sugli intonaci o sui
muri in tufo a vista, e tutte le case con prospetti sulle strade erano
restaurate e tenute in perfetta condizione estetica.
Nella baia della Chiaia, adesso era Ferragosto, impossibile vedere quello
a cui da anni sempre si era dovuto assistere: non c'era l'assedio dei
motoscafi e fuoribordo, nessuna imbarcazione a motore si spingeva verso
riva, nemmeno lentamente per rispetto ai bagnanti, si poteva nuotare
tranquillamente fino al largo, e a riva non arrivava nessun liquame e
rifiuto, anche con le correnti sfavorevoli. L'acqua era limpida, senza
schiume e bollicine, di un verdino celestiale.
Girando per l'isola come un fantasma disinvolto mi accostavo, senza dare
nell'occhio, a vari capannelli di persone che chiacchieravano o
discutevano. Oh, da non crederci, non veniva mai fuori il nome di qualcuno
o qualcuna di cui si dicesse male, mai una pungente insinuazione, un
ghiotto pettegolezzo, una rovente maldicenza, un'impietosa stroncatura,
neppure una velata critica, mai. Solo lodi, consensi e accordo su
tutto.
Mi rendevo conto - doveva essere passato del tempo - che eravamo sotto
alle elezioni. Ebbene, si presentava un solo Partito! Il PTU, Procida
Tutta Unita. I piccoli leader, quelli improvvisati e quelli storici che si
erano sempre combattuti con astuti mezzi, ballons d'essai, finte e
trabocchetti, ora avevano lasciato il posto ad un solo leader, una donna
colta e saggia, sotto la cui ferma guida svolgevano serenamente la
campagna elettorale: si riunivano e formavano le liste in pubblico, in
piena trasparenza, a maggioranza, anzi non c'era bisogno nemmeno di
questa, perché c'era sempre l'unanimità.
Infine mi imbattevo in grosse ruspe, alacremente in azione. Abbattevano le
case abusive, ma solo quelle gigantesche, di lusso, messe su da chi ne
aveva già una o tante. Mentre andavano avanti queste demolizioni, senza
proteste e resistenze, d'altro canto c'era una fertile attività edilizia,
tanti operai che ingrandivano e abbellivano le case abusive piccolissime,
quelle di necessità, tirate su a fatica da povera gente.
Ad un certo punto una delle ruspe veniva verso di me, minacciosa, sembrava
volermi colpire…
Allora mi svegliavo. Peccato, proprio un bel sogno. |
|
Religiosità?
La religiosità dovrebbe essere un moto
dell'animo pudicamente intimo, difficile da intuire e misurare
dall'esterno. Per i procidani invece diventa una formidabile opportunità
sociale: rito, rappresentazione, spettacolo.
I botti e i fuochi artificiali, ecco una loro passione per festeggiare
questo o quel santo. Non so quanta devozione nutrano in cuor loro per San
Biagio o san Nicola, ma vogliono farsi sentire. Rumorosamente, anche in
cielo. E ancor più dai compaesani, a suggellare la testimonianza di una
partecipazione, anche economica, all'evento. (Quando stavo a Procida, si
facevano sentire all'improvviso anche dalle ignare e vulnerabili orecchie
mie, nonché da quelle sensibilissime dei miei numerosi gatti che andavano
schizzando a destra e a manca, pensando a chissà quale attentato.)
Altra rappresentazione è quella del rito della messa. Non mi riferisco a
vanità come le toilettes sfoggiate dalle signore dentro la chiesa - le
donne son vanitose e ci tengono, sempre e dovunque - ma a quel che succede
dopo l' "Ite, missa est". Sul sagrato la composta e costrittiva
cerimonia liturgica subito lascia posto ad una scatenata cerimonia 'laica',
basata su chiacchiericcio, pettegolezzo, critica, insinuazione,
interminabile contenzioso con il vicino o il parente. Faccio male se
dubito della religiosità di chi immediatamente si riconsegna alle vecchie
abitudini, così poco cristiane?
Religiosità significa, fra l'altro, sentirsi fratelli. Ma sulla
fratellanza prevale lo spirito competitivo quando si tratta di
partecipare, con le proprie creazioni plastiche, alla Processione dei
Misteri del Venerdì Santo. Di gran lunga il più importante e
spettacolare evento a sfondo religioso dell'Isola. Competizione fra gli
artefici dei Misteri, per mesi accampati in tendoni o androni per comporre
i loro fantasiosi, a volte geniali carri ispirati alla vita e al magistero
di Cristo. Ma poi competizione e soprattutto presenzialismo, gerarchia di
ruoli nella processione, sontuosa passerella dei personaggi eminenti,
maggiorenti, influenti o emergenti, che si offrono con falsa compunzione
agli sguardi della fitta folla ai margine della sfilata, ricca di
procidani, immigranti e turisti per un giorno. L'importante è esserci
nella passerella, al posto giusto e in evidenza: la rappresentazione del
calvario di Cristo si mescola, fino ad esserne talvolta sopravanzata, con
la celebrazione del proprio ruolo sociale nella comunità procidana;
l'urgenza mondana del rito rischia di mettere in secondo piano la
drammatica esemplarità del sacrificio del Salvatore.
Quando poi la religiosità, sinceramente sentita o socialmente ostentata,
viene del tutto meno, può succedere che irrompa in scena addirittura la
criminalità blasfema. Ciò contro cui combatté Don Luigi Fasanaro: i
furti nell'Abbazia di San Michele. Don Luigi si rese protagonista, in
quell'occasione, per i suoi cartelli sanguigni e sdegnati, denunce e
invettive contro i ladri sacrileghi. Per questo fu oggetto perfino di
ironia piuttosto che essere lodato e sostenuto nell'impari battaglia.
Eppure quelle scritte, nella loro genuinità e immediatezza, avrebbero
meritato ben altra accoglienza da parte del popolo dei fedeli che pure
mostrava un così forte attaccamento alla religione ed ai luoghi del suo
culto. L'individualismo ed il lassismo, che tanto spesso serpeggia
nell'Isola, lasciò di fatto Don Luigi isolato.
E dato che oggigiorno la sua figura non viene degnamente ricordata,
oggetto di ingrata dimenticanza, mi è sembrato doveroso richiamare questa
che fu la più 'pittoresca', ma non la meno importante, delle sue
battaglie per l'Abbazia. |
|
Il mare a dispetto
Mi è accaduto quando vivevo a Procida e
insegnavo a Napoli. Ero un pendolare, dunque. Uno dei tanti. Come disse un
filosofo, natura nisi parendo vincitur, la natura non la si vince se non
obbedendole. Perciò avrei dovuto obbedire, quel giorno, al mare
infuriato, e restarmene buono buono a Procida. Tanto più che non dovevo
andare a Napoli per lavoro o qualche servizio urgente. Invece mi incaponii
(per fare cosa, allora? Nemmeno mi ricordo). Forse addirittura non era
raggiungere Napoli ciò che mi importava. Forse, semplicemente, avevo
deciso di lanciare una sfida: averla vinta su quel mare prepotente, come
se la cosa fosse anche in mio potere, dipendesse anche dalle mie
capacità. Comincia quella mattina l'ansioso pellegrinaggio alle
biglietterie. Niente da fare, il vento ha avuto tutta la notte per montare
a dismisura le onde. A Napoli, traghetto o aliscafo, non si va.
D'improvviso però all'orizzonte si profila un ferryboat, entra in porto:
è diretto ad Ischia. Subito, senza un attimo di esitazione, decido di
prenderlo: ad Ischia, che è meglio servita di Procida - penso - troverò
da andare a Napoli.
Ma, giunti ad Ischia - senza troppi patemi
perché il tratto di mare fra Procida ed Ischia è meno agitato - vengo a
scoprire che l'equipaggio della nostra imbarcazione ha inteso ritirarsi a
casa. E così fanno tutti gli altri. Di uscire in mare aperto di nuovo,
con quel mare, non se ne parla proprio. Passano le ore e questa avventura
sembra trasformarsi in un'imprevista gita a Porto d'Ischia. O che
addirittura non sarà possibile tornare a Procida entro la giornata. Mi
toccherà pernottare fuori casa! Di momento in momento la folla in attesa
di qualche notizia, accampata come profughi o aspiranti emigranti, si
ingrossa: corrono voci, di speranza, di delusione, di estenuante attesa.
Ma, finalmente, verso le 15, giunge la lieta novella: un ferryboat, della
stessa compagnia di quello che mi ha portato ad Ischia, si avventurerà in
mare fino a Napoli. Passa ancora molto tempo prima che cominci, concitato
e disordinato, il lungo imbarco. E partiamo. Oh, come vorrei essere un
esperto navigante procidano aduso a disinvolti mirabolanti equilibri
contro ogni beccheggio e rollìo, per quanto esagerato. Non arrivo a dover
rimettere sul pontile, dopo corsa affannosa, in sacchetto gentilmente
messo a disposizione. Ma sì che ballo di brutto. E cerco di passare
mentalmente in rassegna tutti i consigli ricevuti in proposito dai
procidani: mettersi nel baricentro, sedersi rilassarsi chiudere gli occhi,
respirare profondamente, assecondare il movimento dell'imbarcazione. Ma la
zona baricentrica è già stata accaparrata, respirare a fondo non è
proprio il caso perché c'è un tanfo… sembriamo più un'affollata
carretta di extracomunitari disperati che un ordinario traghetto di
pervicaci pendolari.
Quando dopo travagliato viaggio - il canale
di Procida è tremendo in queste occasioni - entriamo nel porto di Napoli,
do un'occhiata all'orologio. Nientemeno sono le diciotto passate!
Qualsiasi cosa avessi da fare a Napoli, è troppo tardi. Non mi resta che
tornarmene a Procida, con la coda fra le gambe. E meno male che è
possibile, che c'è qualche altro capitano disposto a sfidare il mare.
Procida intanto è rimasta al suo posto
tranquilla. Ad osservare sorniona e divertita tutto quel trapazzo d'onde
bizzose e conseguenti patetici sforzi e malesseri umani. Quando infine
sbarco, che ormai è sera, lei fa finta di non essersi offesa (eppure ho
voluto per forza abbandonarla, quel giorno, pur di consegnarmi alla
metropoli napoletana).
E mi apre di nuovo, generosa come sempre,
le sue grandi braccia. |
|
In nome del mare
Ho notato con un misto di perplessità e
ammirazione alcune peculiarità della gente procidana. Fra queste,
l'atteggiamento rispetto all'evenienza di condizioni meteomarine così
sfavorevoli da non poter raggiungere, in caso di emergenza, né Ischia né
Napoli. La cosa, a noi immigrati nell'isola, ci ha sempre angosciato. Ai
nativi dell'Isola, apparentemente no. In un primo tempo ho attribuito la
cosa ad incoscienza e al tempo stesso presunzione di invulnerabilità (A
noi non ci può succedere. Pensiamo alla salute!). Solo dopo ho capito che
dipende invece dal sentimento con cui viene vissuto il mare. Una sorta di
fatalistico rispetto per la sua personalità, per il suo carattere
bizzarro e scontroso, fino agli accessi tempestosi: in nome di questo, al
di là delle critiche ai servizi medici locali, è possibile e giusto
accettare. Anche di rimanere sull'isola indifesi, chiusi nell'assedio
delle onde marine.
Altra peculiarità procidana, la gelosa difesa del rito della pesca
solitaria. Intendo parlare non della pesca professionale, lavoro
collettivo per il guadagno ed il sostentamento, con tanto di peschereccio
- a saccaleva. Bensì della pesca come passatempo del singolo. Ma dire
passatempo è sminuirne il senso: non si tratta di passare un poco di
tempo, il sabato o la domenica, nella propria barchetta, per portare a
riva qualche pesciolino, o anche un bottino più consistente se si è
scoperto un tratto di mare particolarmente pescoso, in una gara, a botte
di sfottò, con altri pescatori solitari. Si tratta di un incontro con il
mare, con il proprio mare, con i suoi venti, le sue correnti, il suo
profumo, il suo ondeggiare che è quasi culla per regredire nell'infanzia,
la sua voce che in certi momenti sfiora la vertigine del silenzio. Quel
quasi-silenzio in cui infine è possibile incontrare se stessi. Senza riti
sociali, convenzioni, patteggiamenti, cautele, battaglie, compromessi,
pettegolezzi, e tutto quanto si chiede al singolo come prezzo per ribadire
l'appartenenza alla compagine comunitaria. Questo non lo capii subito,
ancora una volta. E ci rimasi male quando un caro amico procidano - non
farò il nome, ovviamente - alla mia ingenua richiesta di andare con lui a
pescare, oppose un imbarazzato ma fermo rifiuto. Credevo che rifiutasse
me; invece sceglieva il mare, la sua seduzione assoluta in un idillio
solitario. Io sarei stato comunque un intruso!
Una severa e serena dignità guida i gesti dei procidani quando hanno a
che fare con i riti e ritmi del mestiere di pescatore. Il mare violento,
le incertezze delle dinamiche della pesca, il logoramento del tempo,
causano lacerazioni nelle reti. E allora tu vedi questi uomini dalle facce
arse e segnate dal sole e dai venti, che rammendano. Sì, rammendano le
reti. Non lo fanno con la gentile delicatezza delle loro donne matriarche,
ma con piglio virile, concentrati e precisi. Viene voglia di fermarsi ad
ammirare gesti così misurati ed efficienti. Sono parte della faccia
genuina e sana di Procida, quella che non sogna sviluppi turistici
improbabili e pericolosi (vedi Ischia); che non sogna altre case abusive;
che rinnova le sue tradizioni e le sue leggende con caute aperture alla 'modernità';
che, radicata nella terra - la Procida contadina e casalinga - torna
sempre al mare come al suo complemento indispensabile. Il mare senza il
quale è monca, terra arsa che ha sete di acqua salata. "L'Isola
davanti al mare", come s'intitola uno dei libri dell'amico Pasquale
Lubrano Lavadera. Confesso che solo ora capisco appieno la profondità di
questo titolo, che un tempo mi parve quasi strano. |
|
Fra terra e mare
Ci sono vari modi di essere isola. Ho
riflettuto su questo, fino a giungere ad una conclusione che sembra un
paradosso: se isola è una terra completamente circondata dal mare, allora
aumentando l’estensione del territorio si arriva fino ai continenti.
Anch’essi sono isole! Isole gigantesche, ma pur sempre isole. Però
isola, per noi, nel nostro quotidiano immaginario figurativo, è
soprattutto quella piccola. Così l’isola d’Elba lo è più della
Sardegna, della Corsica, della Sicilia. Ischia lo è più dell’Elba. E
Procida lo è più di Ischia. Un’isoletta, Procida, di neppure quattro
chilometri quadrati. E con perfino meno terra a disposizione quando il suo
mare, montato dai venti, la flagella penetrando ben oltre le battigie e i
moli.
Ricordo un anno, quando abitavo lì, in cui il vento scatenò una
mareggiata talmente prepotente che alla Chiaiolella le onde impazzite e
rabbiose arrivarono nientemeno a sfondare i vetri di uno stabilimento
balneare. Quando infine, placate e sazie per la prolungata e profonda
incursione, si ritirarono, lasciarono non soltanto stelle marine e pesci
morti, ma anche plastiche bottiglie lattine. E tutto ciò che il genere
umano ama ‘donare’ sotto forma di residui della propria riproduzione
materiale. Ricordo che, fra l’orrore dell’aspirante ecologo ed il
divertimento del ragazzino improvvisato, feci una lunga minuziosa
passeggiata sulla lunga battigia devastata. Raccolsi di tutto. Non mi
sarebbe bastato un grosso sacco per l’immondizia per contenere una
piccola parte di ciò che incontravo ad ogni passo. E mi resi conto di
quanto fosse illusorio quello che, durante un viaggio in Sicilia, sentii
dire, con convinzione, a Ficarazzi, provincia di Palermo: “il mare
purifica tutto”. Fosse il cielo!
Il mare, piuttosto, restituisce agli umani la nuda consapevolezza della
loro pseudociviltà. Impura e inquinante. E non-consumista, nel senso che
questi materiali non sono biodegradabili, non si consumano che in tempi
lunghissimi, anni o perfino decenni o secoli!
Il mare grosso. Una forza impressionante che perfino naviganti, marinai,
capitani di coperta temono, anche se esperti lupi di mare. Non solo la
forza che ti rovina o affonda la barca, che ti fa interrompere e
procrastinare la pesca, che impedisce la partenza e il ritorno ai
pendolari. Il mare che sa fare vittime, oppure benevolmente graziare. Ed
allora ecco due testimonianze, agli antipodi, di uno stesso dramma: il
monumento ai caduti, da un lato, gli ex-voto, dell’altro.
Il monumento ai caduti, fortemente voluto dalla tenace tensione morale di
Nicola Scotto di Carlo, è un commovente tributo dei Procidani ai loro
cari che il mare gli ha strappato, impietoso nella sua forsennata
violenza. Pietosa è stata invece la mano dell’uomo quando, a mo’ di
risarcimento, ha fissato per sempre la memoria in un’opera (monumento
appunto, dal latino ‘moneo’, ammonire) che fu inaugurata con grande
emozione e partecipazione. (E che però, in seguito, fu anche danneggiata,
pare, da giovani vandali. Individui che verosimilmente non hanno
conosciuto il mare: le sue leggi, la sua rigorosa disciplina, la sua
rischiosa fascinazione).
Gli ex-voto, nella chiesa dell’Annunziata, mostrano il versante opposto,
quello di coloro che il mare ha voluto, chissà perché, risparmiare, e
che hanno sentito il sacrosanto bisogno, un imperativo etico, di
testimoniare la loro religiosa riconoscenza: sulle pareti, una
composizione sterminata di oggetti, quasi a formare un devoto gigantesco
arazzo, dove la gioia ed il sollievo per lo scampato pericolo – mi piace
pensare - non sono del tutto disgiunti dallo sconcerto per la sorte
diversa toccata alle vittime.
Il tutto in nome del mare. Mare di vita. Mare di morte. |
| Il
poliedro di Francesca
L'insegnamento, la narrativa, la poesia, il
canto, il disegno - e chissà cos'altro magari ci nasconde! - nessuno di
questi campi sfugge alla versatilità di Maria Francesca Borgogna. Per gli
amici semplicemente Francesca.
Laureata in Filosofia, docente di Italiano e Storia, con varie
abilitazioni all'insegnamento, Corsi di perfezionamento e cariche
ricoperte nella Scuola, Francescca coltiva in parallelo altri limpidi
talenti. Innanzi tutto la letteratura, per cui ha meritato premi,
riconoscimenti e pubblicazioni.
Ricordiamo:
"Scelte Onomastiche e sensibilità religiosa a Procida…" per
la rivista Materiali; articoli per la rivista di cultura e umanità varia
"Narrazioni"; nelle raccolte antologiche I racconti del
Caporale, selez. premio Teramo 2004/2005, con "Il Cavaliere delle
nuvole"; Racconti, selez. Premio città di Empoli-Domenico Rea, ed.
Ibiskos-Ulivieri, 2005 e 2008, con "Quattro gocce di rubino
rosso" e "Rosa fancy"; Antologia Salerno poesia, ed.
Cantelmi, con la poesia "Passaggio"; Lettere d'amore e
d'amicizia, antologie ed. Ibiskos-Ulivieri 2006 e 2009, con
"Guardando te che dormi" e "Un giorno vorrei avere il
tempo"; L'Eco del vento, antologia, ed. Pagine 2007, con le poesie
"Icaro vittorioso", "Il Verdetto di Eros" e "Venus";
antologia Alchimie poetiche, ed. Pagine 2008, con "Mezzogiorno
mediterraneo" e "Arcobaleni"; Raccolta concorso Storie di
donne 2005 con "Quinta di luna"; Del sale e la rosa, raccolta di
poesie di AA.VV.; Il profumo dell'uva matura, raccolta di racconti di
AA.VV. sul tema dell'uva e il vino, scrittura al femminile tra ricordo e
invenzione.
Poi c'è il canto, abbinato in spettacoli con la poesia, come si è
concretizzato sin dal 2003 nell'Associazione Culturale "Pleiadichorus",
di cui Francesca è Presidente e Corista. Ha partecipato come corista alla
registrazione del CD L'attesa e il Compimento, raccolta di canti sacri
tradizionali di Procida, e come articolista al libretto allegato al CD;
come Presidente di giuria alla I e II edizione del concorso letterario
"Le Ali di Pindaro", indetto dalla stessa Associazione; in
qualità di tutor all'edizione di "Scuole aperte 2007" Ist.
Superiore Procida.
Sono stato stringato nell'elencare talenti e titoli di Francesca perché
mi interessava lasciarmi un po' di spazio per parlare del suo romanzo Il
Talismano (L'Orientale Editrice, 2009), per il quale ha ottenuto una
segnalazione speciale all'ultima edizione del "Premio Procida Isola
di Arturo - Elsa Morante" e una menzione d'onore al l Premio
Letterario Internazionale di Narrativa e Poesia "Tra le parole e
l'infinito", X Edizione 2009.
Storia e invenzione, contesto sociale e vicenda personale, vi si
intrecciano e si amalgamano, trasformando la passione dell'Autrice per lo
studio della storia in base di conoscenza felicemente risolta in termini
narrativi. Lo spirito dell'epoca scelta, il XVI secolo in Francia,
tratteggiato a grandi pennellate come in un quadro impressionista, serve a
far venir fuori una problematica umana eterna, la tormentata avventura di
una donna in lotta per l'esistenza e la sopravvivenza contro molteplici
minacce di violenza, e al contempo alla ricerca di una identità in nome
dell'amore vissuto al femminile. Lettura coinvolgente non solo per il
tema, ma anche per la bella prosa, con puri accenti poetici, che Francesca
sa donare al lettore. Non dirò di più di questo romanzo - il mio scopo
principale era di invogliare a leggerlo chi non lo abbia già fatto - se
non che è corredato di alcune efficacissime illustrazioni, a riprova del
talento dell'Autrice anche nel disegno.
In conclusione: la luna, si sa, ha due facce. Il poliedro di Francesca,
molte di più. |
| Una monade con
Lucilla
Questo 'cammeo' è dedicato a Lucilla Actilio. Ma anche,
egocentricamente, al sottoscritto. O meglio alla nostra consolidata
amicizia sotto forma di sodalizio narrativo.
Ma andiamo con ordine. Lucilla, nata a Venezia da padre genovese e madre
procidana, è procidana verace, fin nel midollo delle ossa. Così come, al
di là del suo stesso riconoscimento data la coriacea modestia, è
narratrice di vaglio (nonché molto abile nel disegnare). Ma non lo sa il
mondo perché lei, schiva e aliena da ogni auto-promozione, conduce la sua
vita sul ritmo basilare della cura della famiglia, che ha privilegiato
dopo la laurea in Lettere Moderne e un breve periodo dedicato
all'insegnamento.
Proprio per questo sereno, oggigiorno rarissimo, disinteresse a farsi
avanti come scrittrice, i suoi testi narrativi sono quasi tutti inediti:
la novella lunga Sissa (storia, lungo l'arco di una giornata, e con un
finale surreale, di una giovane sposa), i romanzi Universo minimo (sulla
"casalinghitudine", con l'uso del flash back, adoperato con
straordinaria padronanza) e La fiaba bella del mago del castello (sul
dramma dell'incomunicabilità bambini-adulti, scritto ibrido per la
lettura degli uni e degli altri), ed ulteriori lavori narrativi che
l'Autrice non ha cercato di pubblicare.
Con il romanzo Sia vince un concorso nazionale, promosso da "Famiglia
Cristiana", sul tema del rapporto madre-figlia. Romanzo poi
pubblicato con il titolo I fili del ricamo: storia drammatica di malattia
e morte, il cui dolore può essere accettato solo in virtù della fede,
risposta definitiva alla ricerca di significato per la vita. Vi emerge una
consumata sapienza narrativa: il procedere avanti e indietro nel tempo;
un'alta tensione poetica che mai viene meno; l'opportuna scelta, ogni
volta, del punto di vista; le mutazioni della voce narrante; le
descrizioni ambientali non come mero sfondo bensì proiezioni delle
dinamiche del mondo umano.
Il nostro sodalizio narrativo, che data da molto tempo, consiste in una
coraggiosa sperimentazione, ideata da Lucilla. Scrivere racconti a quattro
mani, secondo questa formula: ogni racconto, iniziato alternativamente da
uno dei due, viene completato dall'altro. Per cui chi ha l'idea iniziale,
non la può portare a termine, e chi la completa, deve partire da un'idea
non sua. Due metà che devono farsi unità a dispetto di due peculiari
modi di scrivere. Ne è scaturita una raccolta di venticinque racconti
significativamente intitolata Una monade in condominio - ossimoro, ancora
una volta brillante invenzione di Lucilla - una cui selezione intendiamo
pubblicare. La lettura di questi testi proporrà un gioco-quiz, indovinare
dove finisce la metà di un autore e dove inizia quella dell'altro, con
possibilità di andare a vedere poi la soluzione.
Infine un piccolo saggio dell'arte narrativa di Lucilla, non priva di
gustosi toni grotteschi, dal racconto La sorella di Faust, nel momento
dell'incontro con Mefistofele:
A dire il vero intuisco la sua presenza, più che vederlo. Una cortina di
fumo denso e puzzolente occulta ancora la sua figura che intravedo come
sagoma sgraziata. Porca miseria, penso, è proprio a corto d'inventiva!
Infatti già si compone, sfuocata, la solita trita, logora iconografia da
satiro con tanto di zoccoli, corna e coda puntuta e guizzante e, ahimè,
ora da essa si sprigiona improvviso un insopportabile tanfo di caprone che
sovrasta l'odore sulfureo. Deglutisco per ricacciare un principio di
nausea. Ho profuso sulle mie forme voluttuose, essenze afrodisiache, le
più esotiche ed ora... Scuoto cauta la fulva serica massa dei capelli e
arriccio il naso per aspirarne l'aroma stordente. L'aria, appena smossa,
mi rimanda l'olezzo stomachevole di stallatico... |
| Giulio
il poeta
Devo confessarlo. Non ho molta simpatia per
i poeti, voglio dire per tutti quelli che scrivono poesie e si credono
perciò poeti. E quanti se ne incontrano, purtroppo. Poi ci sono le mie
prevenzioni letterarie: dico poeta e subito penso a Catullo, Dante,
Leopardi, Baudelaire, D'Annunzio, Dickinson, García Lorca, Masters,
Neruda, Montale, Quasimodo, Ungaretti… E poi, ancora, c'è l'immaginario
estetizzante a proposito della figura del poeta: magro, pallido, con lo
sguardo perso all'infinito, pensieroso con un velo di mestizia, e qualche
altro tocco ben studiato per comporre l'immagine di un essere tutto
spirituale. E invece no, non è necessariamente così. Un poeta, ben
diverso da questo cliché, l'ho conosciuto. E' nato e vive a Procida, e si
chiama Giulio Badalucci. Diplomato all'Istituto tecnico nautico, prima
ufficiale, poi Direttore di macchina, ha girato per lavoro il mondo di
porto in porto, dal bacino del Mediterraneo al Nord-Africa al Mar Nero,
dai Caraibi al Nord-America. Barba curata quasi bianca, capelli raccolti
all'indietro in una giovanile coda di cavallo, voce baritonale raschiata,
corpo in carne a cavalcioni di una moto potente, Giulio lo devi sentire in
azione. Recitare con trasporto, fiato emesso con sommessa emozione, le sue
poesie. E sai subito che lui non è uno dei tanti velleitari dilettanti,
che lui, Giulio, è un vero poeta. Quando lo incontri per le stradine di
Procida, non si ferma a parlarti di guai o di pettegolezzi, evita queste
piccolezze che non gli si addicono. Magari esordisce con l'ultima
questione 'politica' isolana, perché partecipa con dolorosa premura al
destino della sua Procida. Ma altro è quel che più gli preme: ti guarda
negli occhi per vedere se sei disponibile e pronto - la poesia non si può
affidare ad un orecchio distratto - e ti recita gli ultimi versi di sua
composizione. Può sembrare che lo faccia per verificare che quei versi
funzionano. Ma in effetti lui lo sa già, è cosciente del suo valore. Se
te li recita, è una maniera per creare un ponte - un ponte alto, non
banale, non triviale - con l'interlocutore. Ed anch'io, che poesie non so
scrivere ma so capire quelle buone, plaudo all'armonia di parole che
scatenano allusioni, rimandi, evocazioni. Che emozionano, in un leggero
stordimento, come appunto deve fare la poesia.
Alcuni di questi versi sono stati raccolti in un libretto: Procida anima e
corpo. Poesie erotiche. Un erotismo delicato, gentile, carezzevole.
Perfino quando l'allusione alla sessualità è più diretta e corposa.
Pigliamolo, allora, in mano, questo libretto, e leggiamo due poesie:
PROCIDA
Sporgenze ed anfratti, miscuglio/ confuso e/ teatro di un'orgia, colma
di/ sessi diversi e protesi, appartenenti/ a Dei pagani, e a splendide/
puttane/ diventano grotte e punte./ E, il mare intorno,/ dolce e
violento,/ acidoso succo d'amore/ ricordo l'amplesso sacro e/ profano/
consumato nel tempo.
L'ARPA INFEDELE
Escon calde le note dell'adultera arpa,/ cantando il piacere
dell'insano/ contatto./ Violenza e passione, miscelan le/ note/ e rendon
sublime la perversa/ lussuria./ Perdono magìa, e diventano/ cadenti/ le
note dell'arpa che ritorna in/ famiglia.
Se cerchiamo i termini più frequenti nelle
sue poesie, troviamo: amore, donna, sesso, sogno, luce, occhi, acqua,
corpo, animo, vita, notte, tempo, profumo, sapore, terra, sole, calore...
Ci sono tutti gli elementi fondamentali che connotano chi è procidano:
sensuale e sognante, plasmato con gli elementi terra mare cielo. "Navigante-poeta",
Giulio, come è stato denominato. Ma ora che, passati i sessanta, non
naviga più, per sempre, comunque, poeta. |
| Il
tango di Tjuna
Qui non parlerò dei molti titoli di Tjuna
Notarbartolo: giornalista, critico letterario, saggista, direttore del
Premio Elsa Morante, membro del Comitato Radio-Televisivo della Regione
Campania, collaboratrice di vari quotidiani, traduttrice dal francese,
esperta in mass-media. Qui mi occuperò soltanto del suo tango elettrico.
Per chi non lo sapesse, non si tratta di una variante della nota danza
argentina; né tanto meno di una scuola di ballo latinoamericano da lei
inaugurata nell'Isola natìa. "Tango Elettrico" è un romanzo
(editore Borelli, collana Pizzo Nero - romanzi erotici scritti da
donne).
Molti sono gli aspetti rilevanti di questo libro. Notevole è innanzi
tutto la struttura narrativa, in cui il rimando biunivoco di messaggi fra
due dialoganti viene ogni tanto interrotto da parti in terza o in prima
persona. Ma quel che predomina, incalzante e quasi ossessivo, è il ritmo
iterativo, insistito ed estenuante come il bolero di Ravel e, al tempo
stesso, lento ma inesorabile crescendo, onda montante di sottile
eccitazione. Le nuove tecnologie della comunicazione si fanno scheletro
portante, dettano al gioco dei sentimenti desideri aspettative turbamenti
il loro ritmo, andamento sincopato. Quasi un metronomo, a scandire il
coinvolgimento del lettore.
La tensione erotica ha anche i toni del 'giallo', giocando sull'ambigua
identità dei dialoganti attraverso i succinti, a volte misteriosi,
messaggi sui telefonini. Il testo è attraversato, e sostenuto, da una
suspense: questa spinge il lettore a procedere rapido ma, al tempo stesso,
la carica trabordante di sensualità lo turba e cattura, gli regala il
piacere vischioso di attardarsi.
Sin dall'inizio, un linguaggio mai prosastico, mai giocato sull'ovvio.
Eppure si sa, quando ci si addentra nella narrativa erotica, la volgarità
e il ridicolo sono sempre in agguato, la caduta di stile è come una
insidiosa buccia di banana lungo il percorso dello scrittore. Tjuna se ne
tiene ben lontana. Ecco qualche esempio:
Sarebbe
un altro buio, emozionante da togliere il respiro, ti ricorderesti solo
di un corpo…
voglio sentirmi un giocattolo tra le tue mani… chiudo gli occhi e il
tepore delle lenzuola è una tua carezza… mi prende una smania di te,
della tua fantasia. Il silenzio diventa il tuo respiro, ed il buio una
benda… Le tue labbra. Le vedo senza vederle. Le ricordo senza memoria…
Le sento tiepide e leggere come ali di farfalla che ti sfiorano e ti
regalano la possibilità del volo… Sono corpo d'argilla tra le tue
mani. Mi attraversi come se fossi l'unica strada al mondo… hai una
voce da mordere… Lei, bendata, non può vederlo, ma sente che è la
sua testa che la percorre come un sole che percorre la terra, senza
toccarla… lui fu un lampo di luce e un giaguaro nero ed era già su
che la stringeva in un bacio vorace…Era riuscito a fare di questa
strana storia, un amore speziato e saporoso di cui ero ingorda… C'è
una notte che sale e tu vuoi tenere a cuccia la tua stella?
A fine lettura, ci si rammarica che il
romanzo sia terminato. Dalla parte dello scrittore e dell'editore, è
opportuno che finisca lì. Ma la sua pregnanza lo propone gravido di
ulteriori sviluppi, lo proietta verso una continuazione possibile. Ed è
il lettore, in un esaltato abbrivio, come barca sospinta da un vento
caldo, a continuare mentalmente, a suo piacimento, la storia che non vuole
terminata.
Grazie, Tjuna, per questo tuo tango elettrico. Elettronico. Anzi
elettrizzante. |
Le
due Procida di Roberto
Saviano
Roberto, scusami se mi rivolgo a te dandoti del tu. Forse un oscuro
narratore non dovrebbe permettersi questa licenza con uno scrittore
mitico. Ma c’è di mezzo Procida e due foto che, incredibilmente, ci
legano.
Il tuo rapporto con Procida si può riassumere in questa formula: troppo
presto, troppo tardi. Troppo presto venisti a Procida. Fu quando noi del
Gruppo di Lettura “Libriamoci” invitammo Giuseppe Montesano a
presentare Di questa vita menzognera . Venisti anche tu, ma fu prima che
fosse uscito Gomorra. Solo pochi addetti ai lavori ti conoscevano, solo
pochi erano coscienti del tuo straordinario potenziale, che presto si
sarebbe tradotto in atto. Un atto clamoroso.
A corredo di quella visita, si pensò di fare foto ricordo. Il loro
carattere era ruspante, familiare, ingenuo, alieno da ogni seriosa
ufficialità. Tu Roberto vi appari, in una, con l’accenno di un sorriso,
in un’altra, con un sorriso aperto (forse a causa di una facezia di
Montesano, a cui sei accanto). Il tuo è il sorriso semplice di un ragazzo
di cui non si saprebbe sospettare il coraggio rigoroso e amaro, la
capacità di denuncia dettagliata fino al perfezionismo, l’eloquenza
secca dei grandi e nobili moralisti. Il protagonista in quelle foto è
perciò lo scrittore ormai affermato, e ufficialmente invitato, Montesano.
Tu quasi ti camuffi nel gruppo dei piccoli narratori, lì nelle foto a
svolgere il ruolo di cordiali ospitanti, ma soprattutto mossi dalla
vanità di un momento di gloria: immortalati nientemeno accanto ad uno
scrittore famoso.
Poco tempo dopo tu eri diventato, non famoso, famosissimo. E naturalmente
volevamo invitarti a presentare Gomorra a Procida. Ma era troppo tardi.
Ormai eri una celebrità vulnerabile, un bersaglio sotto scorta.
Adesso le foto di te, numerosissime, erano così diverse da quelle con
noi. Avevi un cipiglio pensieroso severo preoccupato. Come se l’ombra
del Male che avevi vivisezionato con qualità letteraria ti pesasse sulla
fronte e sullo sguardo. Sembravi d’improvviso avere più anni di quelli
che dimostravi nelle foto procidane.
Quanto più preziose, per noi, erano queste: senza la cappa protettiva ma
anche oppressiva di una scorta, avevi potuto venire disinvolto,
spensierato, come vorrebbe e dovrebbe essere un giovane, nella nostra
piccola Isola che non sapeva che quella sarebbe stata un’occasione
irripetibile. O, se mai ripetuta, così diversa, gravata di lacci
mediatici e istituzionali, precauzioni e tensioni per proteggerti.
Hai affermato, non molto tempo fa, sorprendendoci, che non rifaresti
Gomorra . Noi, figuriamoci, non abbiamo titoli per giudicare questo tuo
amaro ripensamento. Però in quelle parole sincere abbiamo sentito
emergere la voce, perfino un poco ingenua, di quel ragazzo che per fortuna
in fondo ancora sei. Quel ragazzo, allora per noi sconosciuto e
misterioso, che venne a Procida al seguito del già famoso Montesano.
Venisti come comparsa di lusso, ma forse già con il sentore del grande
protagonista che saresti diventato. Noi, ignari, non immaginavamo. E fosti
per noi – incredibile, a pensarci oggi – solo uno dei tanti comprimari
accanto al protagonista. |
Elsa
a passeggio
Tutta sei cambiata. Eppure ti riconosco, piccola Procida. Non più la mia
Isola di Arturo , ma sempre la mia Isola. Nessuno mi ha riconosciuto allo
sbarco, e solitaria vado visitando ed esplorando i luoghi dove vissi e che
mi ispirarono. Sono irriconoscibili, eppure li riconosco. Perché sanno
parlarmi con una tenace voce antica. Voce che si fa strada, sia pure a
fatica, fra i rumori odierni. Perché hanno architetture che sanno farsi
vedere, anche se corpi aggiunti, sgraziati ed esagerati, frutto del
bisogno, dell’abitudine, dell’ignoranza e dell’arroganza, cercano di
mortificarle sopraffarle occultarle.
Salgo, con il passo lentissimo dei morti – da quanto tempo sono morta,
non lo ricordo più, e mi sembra comunque più tempo perché quasi tutti
si sono dimenticati di me, eppure… - salgo al vecchio Carcere. Ora è
muto, gigantesca carcassa abbandonata. Rifugio per gioco di ragazzini o
pomiciate di amoreggianti o buchi disperati lontano da occhi indiscreti.
Ricordo bene come era vivo e produttivo quando pullulava dei suoi
carcerati e delle sue guardie, e quanta ricchezza forniva e quante storie
generava che era giusto e bello raccontare, e qualcuno l’ha fatto
fissandole su carta.
I giganteschi scontrosi vaporetti erano lenti e rari – cosa scomoda, per
carità, come potrei negarlo? – ma ciò li rendeva preziosi, solenni e
quasi magici: stavano bene nelle cartoline color seppia e meritavano più
che qualche sguardo distratto verso ciò che ormai è frequente e
scontato, la tanto esaltata modernità.
Procida, con la tua corazza ancestrale, eri approdo elettivo di
intellettuali alieni dal voyeurismo vip caprese e dallo sguaiato carnaio
piccolo-borghese ischitano. Le tue straduzze erano appannaggio quasi
esclusivo di pedoni rilassati e tranquilli, che conoscevano le gioie del
passeggiare e non si dovevano schiacciare contro i muri per bolidi
impazienti, lanciati a gran velocità verso ciò che qui è
necessariamente sempre vicino.
Procida, eri un enigma sempre pronto a partorire sorprese. Le janare,
prima di assurgere a personaggi fascinosi di romanzi, erano vecchie
segrete e segregate in case gravide di penombre. Potenti squarci su di un
futuro misteriosamente suggerito, da interpretare con fatica. Donne
nutrite dalla forza remota di una terra che non ha bisogno di fornire
acque termali per essere definita calda.
Vivaro era la tua sorellina, isoletta che ti stava modesta accanto,
appartata e gravida di storia, senza alcun ponte, scalcagnato e
pericoloso, a unirvi e a rompere l’incanto di approdi esclusivamente dal
mare, a facilitare l’accesso clandestino di incivili e vandali.
Ed ecco l’Eldorado, mia tenera dimora. Lungo cannocchiale fra strada e
mare, fiancheggiato e protetto da lussureggiante vegetazione, in un
silenzio punteggiato di voci sommesse, fruscii, cinguettii, latrati
lontani, motori tenuti fuori. Oasi dove riuscivo a concentrarmi, a
scrivere il mio romanzo, condensando dentro la magia di parole docili il
sapore dell’isola ruspante degli anni ’50. Ho fatto una lunga lunga
dolce-amara passeggiata. Sono stanca adesso. Come sanno essere stanchi
quelli ormai consegnati all’aldilà. E’ ora che vada.
Mi allontano, levitando sulle onde appena increspate. E così mi piace
guardarti infine, abbracciandoti in un solo sguardo affettuoso, mia
Procida. Man mano sempre più lontana. Fino a quella distanza alla quale
le immagini del passato nel ricordo prendono, inavvertitamente e
definitivamente, il sopravvento sulle immagini di un presente che non
posso dire mio. |
| Marziani a
Procida?
Procida può sembrare sonnolenta e
indolente. Ma solo ad uno sguardo disattento e ignaro. Quello del turista
per poche ore, per intenderci. Allo sguardo del procidano, indigeno e
verace, proprio no. Quello sguardo è un obiettivo implacabile, che tutto
registra e archivia.
Così se - come è successo ieri, verso le
sette di mattina - tre individui strani vengono avvistati vicino
all'eliporto, subito si mette in moto, attraversando tutta l'isola, la
macchina fervida e alacre dell'identificazione. Con le inevitabili
varianti dovute alla soggettività dei testimoni, nonché al tempo che
accumula invenzioni narrative degne di un premio.
I tre individui - su questo le varie fonti
testimoniali hanno concordato - erano bassi come bambini o nani, ma non
sembravano né bambini né nani. Vestiti con delle tutine argentee
aderenti, diverse da tutte quelle in vendita nei negozi. Con una
carnagione chiara più verdognola che rosea, come di chi si è fatto le
lampade ma gli è andata male e chissà che intruglio si è spalmato. Con
volti ovali, labbra sottili, narici e occhi affusolati e ambigui.
Camminavano senza sobbalzi, quasi scivolassero su invisibili pattini,
incuranti della pavimentazione sgarrupata. Poi, d'improvviso, si
eclissavano. Per ricomparire, dopo alcuni minuti, in un'altra parte
dell'isola.
Sull'identità dei tre si è subito
scatenata, e non solo fra i testimoni, una polemica vivacissima. Il
partito dei sostenitori dell'origine umana (magari turisti di esotico
paese in via di sviluppo, con nascente borghesia agiata, interessata ad
escursioni nelle isole italiane), e il partito dei sostenitori
dell'origine extraterrestre (magari esploratori interplanetari, in fuga
dai disagi della loro patria remota, e alla ricerca di un'isoletta
tranquilla ed ospitale dove insediarsi).
Fra i sostenitori dell'origine umana, si è
distinto un gruppetto di donne mature, di quelle che vivono più
affacciate al vefio che dentro casa, più interessate alla vita dei vicini
che alla propria: secondo loro i tre dovevano essere proprio dei
procidani! Possibile? Ma sì, di quelli mal riusciti, causa l'unione fra
cugini, o affetti da una variante finora sconosciuta della sindrome di
Down, o frutto del segreto commercio carnale con qualche extracomunitario
clandestino, portatore di nuove patologie. Bambini, o ragazzi, tenuti per
anni ben nascosti fra le mura domestiche, pur di proteggerli dal pubblico
spietato pettegolezzo, che è peggio di un morbo.
L'ipotesi avversa, quella dell'origine
extraterrestre, ha trovato però una solida ed accattivante base
culturale, che ha permesso anche di precisare il luogo di provenienza dei
tre. Infatti, fra i numerosi titolati studiosi locali di genìe e relativi
cognomi, uno è giunto a individuare (pare in carte antiche della
biblioteca dell'Abbazia di San Michele) un ramo marziano dei diffusissimi
Scotto: appunto gli "Scotto di Marte". Genìa, evidentemente,
particolarmente ardimentosa, in quanto capace di aggiungere mirabolanti
viaggi interplanetari alla scontata tradizione marinara. E ciò darebbe
conto, fra l'altro, del singolare taglio, a fessura, degli occhi dei tre
individui; occhi impossibili da trovare in un umano, cinese o simile che
sia.
I misteriosi piccoletti, prima di sparire
all'improvviso verso le nove, hanno esplorato l'isola in lungo e in largo.
Con minuziosa e scrupolosa cura. Ad un certo punto - la cosa ha molto
impressionato i procidani - sono stati sorpresi ad osservare,
apparentemente ammirati e deliziati, quel che resta dei cassonetti a
scomparsa per la differenziata, annusandoli e scrutandone le macchie
rugginose.
Ma, allora, questi tre erano proprio
marziani? |
| Di fronte e
alle spalle
Da Procida, quelli che sono andati via,
finiscono per ritornarci. Spesso o raramente, ma finiscono per ritornarci.
Per ritrovare qualcosa che stavano dimenticando. Nel bene e nel male. Per
correggere un giudizio severo che il tempo e la lontananza sanno
aggravare. Per contenere una nostalgia troppo benevola, dimentica degli
inveterati comportamenti patologici, incline a indulgere alla
mitizzazione, al buonismo di maniera, al qualunquismo stancamente
ottimistico.
Ci si ritorna a Procida. E, allo stagliarsi
della bassa sagoma caratteristica e cara, si prova nelle viscere come un
sommesso languore, al tempo stesso piacevole e inquietante. Si sa e si
vede che è bellissima, da lontano. Si teme e si sa che è tutt’altro
che impeccabile, da vicino.
Ed all’attracco, con il portellone
finalmente calato dopo un’attesa stillicidio, si scende dal traghetto
con uno slancio frenato. Desiderosi di ritrovare il profumo antico,
colori, odori, sapori da riconoscere e gustare ancora una volta. Timorosi
di imbattersi nelle solite cattive abitudini, nelle chiusure ostinate e,
per contro, nell’indifesa apertura ai falsi valori della
modernità.
Non darle le spalle a Procida, tienila
sempre di fronte, alla portata degli occhi e con le orecchie ben aperte.
Lei, l’isola feconda di mille arti e abilità, sa colpire (in fondo,
nemmeno a tradimento, tanto la cosa è prevedibile), con lo stiletto delle
parole amare e cattive. Appena giri le spalle, appena ti allontani. E, per
sapere come si sparla a proposito di te, devi assicurarti qualche spia
amica, che ti venga gustosamente a riferire. E magari diventi uno di
quelli a cui a un certo punto l’isola amata comincia ad andare troppo
stretta – ma non perché sia meno di 4 km quadrati – uno di quelli che
vanno troppo spesso sul continente con la scusa dello shopping o di
chissà cos’altro, uno di quelli che cominciano a sognare di scappare, a
parlarne ossessivamente, e infine se ne scappano davvero. Affrontano gravi
disagi e lunghi adattamenti pur di sottrarsi al giro troppo avvolgente
delle genìe, dei vicinati, delle alleanze, delle liti. Dell’ammiria…
Oh parola magica, tanto simile all’altra: ammirazione. Forse non si
riesce a sopportare il peso di dover ammirare chi è degno di essere
ammirato, e allora si è indotti a bandire l’ammirazione con l’ammiria.
Sciapita l’ammirazione, appetitosa l’ammiria. Un occhio che
può diventare un pericoloso specchio ustorio, ed ecco un’ottima ragione
per allontanarsi, e così sottrarsi al raggio malevolo.
Ma più sei andato lontano e più una forza
segreta e tenace ti vuole riportare indietro. Come un elastico che tira
tanto di più, quanto di più è stato allungato. E se non puoi tornare a
lungo, o non puoi tornare subito, o addirittura non puoi tornare proprio e
devi rimandare senza sapere sino a quando, allora lei, l’isola a cui
continui ad appartenere, si impadronisce di te anche se tu sei lontano, e
ti possiede nel dormiveglia, nel sonno, ti piomba addosso e si intrufola
fra un pensiero distratto e l’altro.
E sai, nonostante tutto, che, ti piaccia o
meno, rimarrai sempre procidano. Le hai girato le spalle. Ma Procida ti
guarda, anche da lontano, con giganteschi occhi spalancati. Ti guarda di
fronte, anche se tu ti ostini, severo e scontroso, a darle le spalle. E ti
chiama ancora, con voce flebile eppure ferma. Sa che risponderai. Sì,
risponderai. |
Ancora e sempre qui
un ricordo di Pasquale Scotto di Carlo
Su
via Regina Elena c'è un punto in cui potresti imboccare via Rinaldi. Non
capisci se lo vuoi fare o no: ti prende un'incertezza, avverti un
contrasto, un combattimento interiore. Qualcosa ti attira e al tempo
stesso ti respinge. Avviarsi per la stretta tranquilla strada campagnola,
o no? La calamita che attrae e respinge, però, non è lì, all'imbocco.
La calamita è in fondo, dove si estende, affacciandosi sul mare
procidano, il piccolo villaggio turistico de "La rosa dei
vènti". Dove manca colui che vi imperava.
Nell'era sciagurata della visibilità, del
presenzialismo, ci sono per fortuna ancora esseri che fanno segnare la
forza positiva della loro assenza. Non perché se ne stiano, schivi e
riottosi, lontano dalle luci della ribalta mediatica, chiusi nelle loro
case. No. Una mano nera, rapinosa e improvvisa li ha trascinati dall'altra
parte, nella Casa dell'Aldilà. E non importa sapere come sia fatta quell'altra
casa. Non importa sapere se offre una vita ulteriore, dopo questa, breve e
tormentosa, che conosciamo. E, se sì, quale vita. Importa il vuoto
creatosi dal lato nostro, quello degli ancora vivi. Ellissi di ogni
immagine che possa essere rinnovata nella scansione quotidiana, familiare
e rassicurante, del presente. Ellissi che subito fa spazio e permette che
il vuoto dei viventi venga inondato, con la vibrazione emotiva dei ricordi
affettuosi, dall'irrompere di immagini che vengono dal passato. Quelle che
si sono vissute assieme, e che, non potendo subire più l'assalto
materiale del tempo, non rischiano di cancellarsi o sbiadirsi.
Ecco, dopo la lunga passeggiata lungo via
Rinaldi, sei giunto infine alla meta, a "La rosa dei vènti".
Mentre ti aggiri, lento e rilassato, nel profumo di fiori e frutti, ecco
che avvverti, perentoria, una presenza. Una presenza che ritorna. E lo
vedi di nuovo. Come se mai ci avesse lasciati, qualche anno fa. Come se
nessun anno o mese o giorno fosse passato. Vedi di nuovo Pasquale.
Pasquale Scotto di Carlo. Alto, imponente, attivo, attento, cordiale,
ironico, misurato, anche un po' malinconico, ma elegantemente malinconico,
procidano eppure quasi anglosassone. Capitano di lungo corso, operatore
turistico, factotum, scrittore. E, soprattutto, grande anfitrione. Intento
a proseguire disinvoltamente - ma nella vita, non nella letteratura - la
tradizione che viene da Plauto e da Molière. Ancora una volta lo vedi
tenere banco, con i turisti a fargli corona, ad ascoltare le storie che sa
dipanare con studiate pause e reticenze. Abile a farti sentire non un
cliente, ma piuttosto un familiare, un amico, a farti affezionare, a lui e
al luogo, in modo da aver bisogno di tornarci, anno dopo anno.
Sarebbe inutile e stupido
andare al cimitero. Dove fra l'altro le tombe stanno angustamente serrate
una contro l'altra. Non è lì, dove tutto è morte, che lo puoi
incontrare vivo, vitale. Qui, invece, nella sua "Rosa dei
venti", che spiri il maestrale o la tramontana, il grecale o il
libeccio, il ponente o lo scirocco, non c'è vento che lo possa trascinare
via, che lo possa spazzare lontano da chi lo ha conosciuto e gli ha voluto
bene. Pasquale è qui. Ancora e sempre.
un nipote ricorda... [leggi]
|
| |
|
Leggi e diffondi

Quello che gli altri non scrivono
|
|