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a cura di
Porfirio Tramontana

ProcidaLIBRI
febbraio 2010
Proposte di lettura 

a cura di Diego DI DIO

 

Jean-Claude Izzo, “Casino Totale”

(a cura di Davide Schiano di Coscia)

 

La vita a Marsiglia prima o poi si paga a caro prezzo.

Lo sa bene Montale, protagonista di “Casino Totale”, malinconico poliziotto dei quartieri difficili dove preferisce adottare un piglio da educatore da strada piuttosto che l’ottusa durezza dello sbirro.

La vita, la giovinezza perduta e i ricordi di un passato mai del tutto seppellito tornano a bussare alla porta di Montale, nella persona di Ugo, inseparabile compagno di Gioventù.

La molla che lo spinge a tornare è la vendetta, pura e sofferta come solo nel noir può essere, per Manu, terzo componente di un amicizia inseparabile, ucciso in circostanze poco chiare.

Una volta morto Ugo, toccherà a Montale raccogliere il fardello della vendetta e fare i conti con un passato che non lascia scampo.

Sullo sfondo della vicenda, Marsiglia: una città ben lungi dall’essere un scenario inerte e indifferente, un ambiente in cui sogni mai del tutto infranti e rabbia quotidiana vivono fianco a fianco, una città in cui all’aroma del rosmarino e della salsedine si mescola l’odore acre della polvere da sparo.

Montale, moderno don Chisciotte, sfiderà la città in un’inchiesta durissima al termine della quale nulla sarà più lo stesso.

Un romanzo dalle tinte fosche che però rappresenta un inno alla vita, un invito a viverla appieno, a goderla fintanto che essa ce lo consente......perche il prezzo si paga comunque prima o poi!

A raccontare la vicenda, una prosa che riesce a rendere l’atmosfera ricca e torbida della città tramite una scrittura secca e coincisa.

Al termine del romanzo rimane vivida una Marsiglia magica e al tempo stesso estremamente concreta, capace di meravigliare e ferire al tempo stesso.

Valerio Evangelisti, “Cherudek”

(a cura di Porfirio Tramontana)

Valerio Evangelisti, bolognese, è probabilmente lo scrittore di fantascienza (e non solo) italiano più noto e tradotto oltreconfine, e si è guadagnato tale fama principalmente per i suoi romanzi incentrati sul personaggio dell’inquisitore Eymerich.

Eymerich, ispirato lascamente a un personaggio realmente esistito, è un frate inquisitore catalano che si distingue per la sua intelligenza, la sua astuzia, il suo cinismo e la sua completa fedeltà verso gli ideali, spesso estremi e battaglieri della Chiesa del quattordicesimo secolo. Attorno a questo personaggio negativo ma al quale è difficile non avvicinarsi, ruoteranno vicende medioevali cupe e spaventose, ma anche altre vicende parallele ambientate in un presente e in un futuro distopici.
In “Cherudek”, probabilmente il suo romanzo più complesso, l’inquisitore è presente in più piani temporali; egli dovrà combattere una eresia medioevale con alcuni inquietanti risvolti paranormali e si ritroverà in una enigmatica città in un tempo imprecisato, ma in questo secolo. Le vicende procederanno parallele rendendosi via via più complesse e intricate, e mettendo a dura prova la logica e le certezze dell’inquisitore e, parallelamente del lettore, completando così un omaggio ben riuscito a Philip K. Dick e al suo “Ubik”.

Dan Brown, “Il simbolo perduto”

(a cura di Annalisa Maria Alessia Margiotta)

 

 

Grazie a una chiamata totalmente inaspettata, Robert Langdon verrà portato con l’inganno fin nel cuore di Washington, al Campidoglio, dove si ritroverà a dover fare i conti con misteri e segreti legati alla massoneria in una corsa all’ultimo sangue nel tentativo di salvare il suo mentore Peter Solomon.  Sono questi gli elementi essenziali da cui si snoda tutta quanta la vicenda, in un crescendo di suspance, intrighi e tradimenti arricchiti da una sostanziosa dose di insegnamenti e perle di saggezza nel tentativo, a mio avviso perfettamente riuscito, di esaltare le capacità, le conoscenze e le possibilità umane.

Robert Langdon è finalmente tornato.

Dan Brown torna agli esordi con il suo nuovo libro -“Il simbolo perduto”- il cui protagonista non è certo sconosciuto a chi ha già divorato “Angeli e Demoni” e “Il codice Da Vinci”.

Questo è il principale motivo che mi ha spinta ad acquistare il tomo in edizione cartonata con sovracopertina qualche giorno dopo il lancio, oltre alla voglia di farmi trasportare in un’altra realtà piena di doppi sensi e conoscenze superiori che tanto mi ha affascinata nei precedenti volumi.

Se queste pagine mi fossero state date senza titolo e nome dell’autore, immediatamente ne avrei capito la provenienza. I soliti elementi sono tutti presenti: personaggi straordinari con memorie improbabili, gesti eclatanti e pericoli ineguagliabili, per non parlare poi degli incredibili misteri e giochi d’astuzia che spingono il lettore a rimane attonito di fronte a fili eccessivamente aggrovigliati per noi comuni mortali. Il nostro unico compito rimane quello di divorare pagine su pagine e farci così condurre fino all’atteso e inimmaginabile epilogo.

Molti troveranno in questo nuovo libro l’ennesima occasione per attaccare l’improbabilità delle vicende e la straordinarietà di ogni personaggio, giudizi che non condivido e trovo insensati poiché il romanzo non si propone come una nuova Bibbia ma assolve perfettamente le promesse presenti nei risvolti di copertina e alle aspettative che ogni thriller, degno di questo nome, porta con sé.

Emmanuel Carrere,  “Facciamo un gioco”

(a cura di Roberta Scotto Galletta)

 

Nella romantica Parigi è il venti luglio 2002. Una ragazza compra “le Monde” e prende un treno per una località, La Rochelle. Alla fine del viaggio ci sarà il suo compagno ad aspettarla. L'uomo in questione è uno scrittore e ha pubblicato un racconto su “Le Monde.” La ragazza si accomoda in poltrona e scopre lo scritto del suo uomo mentre il treno viaggia verso la meta. Il pezzo è, in realtà, una lettera intima e all'interno c'è un gioco piacevole:"Voglio farti una proposta. A partire da questo momento, tu farai tutto quello che ti dico".  In questo modo inizia  il gioco dell'immaginazione e del desiderio.

Leggere questo libretto piccolissimo è un'esperienza d'amore. C'è un lui che vuole giocare con la sua amata  e non ha timore della gente. Le consiglia di fare una serie di cose: lui immagina lo sguardo, le mani, il corpo. "Facciamo un gioco" è un esercizio di ipnosi attraverso lo sguardo di un fantasma. Quello dell'amante che vuole ingannare l'attesa, e finisce per essere ingannato. Non tutte le donne sono romantiche e sognano un uomo che dedichi tutti i suoi pensieri all'amata.

Philiph Roth, “Lamento di Portnoy”

(a cura di Roberta Scotto Galletta)

 

 

Alex Portnoy ha trentatré anni ed è commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane del Comune di New York. Nel lavoro è abile, intransigente, stimato. Ebreo, risente di tutta la cultura yiddish che lo rende un uomo insicuro negli affetti e nella vita al di fuori del lavoro. Il libro si apre con la diagnosi dell'analista riguardo il paziente -Portnoy per l'appunto- e seguita con la storia, in prima persona, di Alex. L'uomo ha bisogno di fare chiarezza in sé stesso perché è travolto dai desideri che ripugnano alla "mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri".

Esilarante dalla prima all'ultima pagina, il libro si legge tutto d'un fiato. La forte morale della comunità lo porta a una serie di azioni emotive sconclusionate, divise fra pulsioni umane e dogmi divini. Una delle scene significative è nei primi capitoli, quando racconta delle prime pulsioni adolescenziali in una famiglia praticante e molto religiosa. Preso dai propri vergognosi istinti  passa molto tempo in bagno sperando di farsele passare. Purtroppo, la natura ha il sopravvento e queste terribili manifestazioni si ripetono nelle ore meno  adatte tipo la cena di famiglia o avvenimenti importanti. Le strategie che usa per non farsi scoprire sono degne di lettura.

Simonetta Santamaria, “Quel giorno sul Vesuvio”

(a cura di Diego Di Dio)

 

Vincitore dell’ undicesima edizione del Premio Lovercraft, pubblicato dall’editore Cento Autori nella collana “Leggere Veloce”, nonché sul numero 2898 del Giallo Mondadori, “Quel giorno sul Vesuvio” è l’ormai celebre racconto che ha inserito Simonetta Santamaria nei nomi noti della letteratura neo-gotica.

È la storia triste e sofferta di una donna che s’incammina fin sul cratere del Vesuvio, accompagnata solo da uno zainetto nel quale è contenuto il frutto deforme di un rapporto incestuoso e perverso. La decisione di gettare il fagotto nel ventre del vulcano non segnerà la fine della storia.

Condire un pasto come l’horror con della salsa napoletana non è operazione agevole, e la Santamaria ci riesce piuttosto bene (forse ancor più nel racconto allegato), dando voce a una fantasia in cui si sentono, palesi e tangibili, tutti gli echi di Lovercraft e Stephen King.

La storia che segue s’intitola  “Una foglia, un sasso, un fiore giallo”: per ritmo narrativo superiore alla prima, racconta le vicende di un gruppo di amici che, nel ventre sconosciuto e nascosto della città campana, scopre il covo di una presenza ingannevole e luciferina. Scrittura serrata, prosa scorrevole e buona alternanza di spazi e tempi narrativi.

Con questi racconti, “la signora del brivido made in Naples” ha fatto sentire la sua voce.

 

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ultimo aggiornamento: 02/11/2010