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a cura di
Porfirio Tramontana

marzo 2010
Proposte di lettura 

a cura di Diego DI DIO

Josephine Hart, “Il danno”

(a cura di Roberta Scotto Galletta)  

Il protagonista ha appena compiuto cinquant'anni. È un uomo di successo e ha controllato sempre le sue emozioni. È stato un buon figlio, un marito esemplare, un  padre amorevole. Tutto cambia quando incontra una donna che, fin dal primo istante, esercita su di lui un pericoloso potere. Un dominio sessuale e psicologico di fronte al quale egli soccombe senza riserve nonostante sappia che rappresenta una minaccia a tutto il suo mondo, poiché, è la donna che il figlio intende sposare.

Conoscere un libro dopo il film è una cosa che mi capita di rado. Uno dei miei attori preferiti è Jeremy Irons ed era il protagonista cinquantenne della versione cinematografica di questo film. La donna era una sensualissima Juliette Binoche. Insomma, rimasi affascinata dal film e dalla storia e decisi di leggere il libro della Hart: non avevo mai letto niente di lei e da allora non l'ho più lasciata. Il libro è di bellezza impressionante e la passione che consuma il cinquantenne in evidente colpa verso il figlio, bella da leggere e da sentire.

Alessandro Baricco, “Questa storia”

(a cura di Alessandro Lubrano)  

“…ogni movimento tende all’immobilità, e […] bello è solo l’andare che conduce a se stesso.” Questo pensiero apparentemente sconclusionato è il lite-motive di oltre 250 pagine di narrazione. Pagine che tentano di raccontare una storia attraverso varie storie, piuttosto che vari punti di vista. In breve, si racconta di Ultimo Parri, dall’infanzia tra le campagne della Bassa Padana, inseguendo il sogno automobilistico, alla gioventù, tra l’inferno di Caporetto, prima, e la ricerca di fortuna in America, poi; senza dimenticare l’amore e un epilogo, alquanto prevedibile e, se non altro, deludente. Il tutto sullo sfondo di un obbiettivo, in embrione, esplicato dal passo summenzionato: ovvero costruire un circuito automobilistico che, con le sue curve e i suoi dossi, sia metafora della vita. E tutt’intorno uno zibaldone di idee più o meno sviluppate, personaggi di dubbio spessore creativo e un coacervo di stili narrativi che rasenta piuttosto l’esercizio stilistico afinalistico. A essere onesti, il libro non è proprio insalvabile, e tantomeno illeggibile. Anzi le narrazione è scorrevole e il mix di stili, trame e personaggi che si avvicendano al timone di Questa storia fa sì che non ci si annoi durante la lettura. Ciò che delude è l’ultima pagina, chiusa le quale, non resta quasi nulla se non un insieme di ore passate, certo piacevolmente, a cercare di dare un senso, un capo e una coda a un libro, che, forse, un senso, (un capo e una coda) non ce l’ha (Vasco mi perdoni).

AA.VV. , “Questi fantasmi”

(a cura di Diego Di Dio)  

Un invito a visitare Napoli, un’indagine che si spinge nei meandri meno conosciuti della città, un tuffo nel cuore popolare e folkloristico dei quartieri e delle chiese. È questo “Questi fantasmi”, raccolta di 17 storie di “luoghi e spettri napoletani”. Curata da Giuseppe Cozzolino, l’antologia è divisa in quattro itinerari che si dipanano per le strade del napoletano. Ogni itinerario è comprensivo di quattro storie, alle quali va sommata un’ultima tappa (“Il fantasma della biblioteca”, racconto bello e scorrevole di Renata di Martino). A raccontarci queste vicende, sospese tra il fantastico e il gotico, sono penne famose e meno famose, mani degli scrittori di ieri, di oggi e di domani. Si va dal bellissimo “Janare di famiglia”, con tanto di colpo di scena finale (dell’ormai a tutti nota Diana Lama), al più che buono “Via Carbonara n.17” di Michele Serio; dal triste “Anche i fantasmi tengono famiglia” di Ugo Mazzotta (co-sceneggiatore di “RIS – Delitti imperfetti”), al commovente “Nel nome dell’amore” di Simonetta Santamaria.

Danno inizio alle danze la prefazione, suggestiva, dello stesso Cozzolino, e le “Fantasmagoriche (e colte, aggiungerei) riflessioni” di Maurizio Ponticello. Non potendo elencare tutti gli elaborati per esigenze di spazio, è giocoforza limitarsi a dare un giudizio complessivo, senz’altro positivo. Ovviamente non tutti i racconti sono sullo stesso livello, ma la qualità complessiva è piuttosto alta perché le storie riescono, quasi sempre, nella difficile impresa di non essere banali o puerili. Rischio che, per un genere come il gotico o in fantastico, è sempre dietro la porta.

Yukio Mishima, “Una virtù vacillante”

(a cura di Roberta Scotto Galletta)  

Pubblicato a puntate nel 1957, Una virtú vacillante ebbe un successo tale in Giappone che «vacillare» divenne sinonimo di «cedere alla tentazione dell'adulterio». Il libro inizia con questa frase: "La signora Setsuko Kurakoshi, benché avesse soltanto ventott'anni, era dotata di un'innata sensualità".  Setsuko è una giovane signora della borghesia medio-alta di Tokyo, che, intrappolata in un matrimonio di convenienza, si ribella a ogni forma di moralità e si abbandona tra le braccia di un affascinante conoscente.

Mishima analizza e descrive l'animo della sua eroina: il conflitto tra istinto ed etica, tra sentimento e razionalità, il misterioso, indomabile anelito a un amore travolgente, totale, eterno, in cui romanticismo e voluttà siano armoniosamente fusi, e la conseguente intima repulsione per il matrimonio e la maternità, imposti dalla società maschile per incanalare, disperdere, ottundere quegli istinti, quelle energie, quelle fantasie, tipicamente femminili, che potrebbero minacciarla. Setsuko trasgredisce ogni regola socialmente accettata e rinasce nell'anarchia dell'eros, fino alla catarsi finale.

Stephen King,  “L’ultimo Cavaliere”

(a cura di Davide  Schiano di Coscia)
 

“L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo inseguì”. Con questo secco ed evocativo incipit si apre il primo romanzo della saga de La Torre Nera , “L’ultimo Cavaliere”.

Roland, ultimo esponente di un antichissima stirpe di pistoleri al servizio della giustizia, si lancia in un estenuante inseguimento alla ricerca dell’uomo in nero, mefistofelico tessitore di trame e d’inganni, unico mezzo per arrivare alla torre nera, luogo dove convergono tutti gli universi.

Durante la sua caccia, il pistolero avrà modo di saggiare a sue spese quanti sacrifici essa richieda, sacrifici spesso terribili.

Il registro di Steephen King qui si discosta dal solito: attraverso la rappresentazione del pistolero, il bardo del Maine ci trasporta in una dimensione epica che a tratti sembra ricordare il respiro grandioso dei western di Sergio Leone.

Tutta la potenza visionaria di King viene qui dispiegata al massimo: il lettore viene immerso in un inedito universo Fantasy-Western che ha insospettati punti di contatto con il nostro.

L’opera sembra essere il culmine di tutta la produzione Kinghiana, tutti gli elementi presenti nei romanzi precedenti (e che compariranno nei romanzi successivi) vengono qui amalgamati per creare un mondo al tempo stesso estremamente concreto e pieno di poesia e lirismo.

La scrittura, in questo primo romanzo, si differenzia un po’ rispetto allo stile usuale dello scrittore: periodi lunghi, descrittivi (anche se a volte ermetici) ed evocativi, preferenza verso termini desueti che contribuiscono a creare un mondo che sembra scomparso.

Consigliato a chiunque creda che Stephen King non sia altro che un infernale macchina sforna bestseller senz’anima.

 

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ultimo aggiornamento: 02/11/2010