Pubblichiamo il delizioso articolo di Alberto Fanti apparso sul giornale
locale "L'agorà"
L'ULTIMO
CIUCCIO
La società in cui viviamo è in continua evoluzione, la tecnologia fa
ogni giorno passi da gigante abbattendo nuove frontiere di ricerca e la nostra
vita, di conseguenza, cambia radicalmente. La nostra isola, seppure in ritardo
ed in modo lento, ha sempre assorbito le innovazioni che il progresso di volta
in volta ha creato. Tuttavia a Procida, c'è ancora qualcosa che sopravvive e
resiste all'incalzare delle nuove tecnologie e che contribuisce a dare un tocco
di colore alla frenetica vita moderna: l'ultimo ciuccio con cui un arzillo
signore, imperterrito al caos del nostro traffico, continua a vendere in giro
per Procida i prodotti della propria terra, proprio come si faceva nel passato.
La figura di questo ciuccio che si muove tra le auto e del suo mitico
conducente, mi ha sempre affascinato perché mi piacciono tanto le situazioni di
vita che si rifanno al nostro passato. Così deciso a fare quattro chiacchiere
col proprietario del ciuccio, sono sceso per Via Campo Inglese ed ho chiesto
dove poterlo trovare. Mi sono così trovato alla fine della stradina, con
davanti l'ultimo pezzo di terra (ma è meglio chiamarla parula) prima della
spiaggia di Ciraccio. Noto il parularo in fondo che lavora seduto. Mi avvicino
camminando per il viottolo che separa due "quadre" di terreno e giunto
a destinazione, mi presento e chiedo se posso fargli un'intervista. Salvatore,
il parularo, acconsente. - Tu sei l'ultimo possessore di un ciuccio a Procida,
da quanti anni lo possiedi? - Da più di cinquant'anni, è una vita. Esattamente
dal '45, appena tornato dalla prigionia presi un ciuccio ed iniziai a fare
questo mestiere. Ne ho cambiati 4-5, l'ultimo l'anno scorso. Inizio a
sorprendermi, perché non sapevo che Salvatore fosse stato prigioniero di
guerra. Continuo con le domande, ma so già di aver trovato un altro argomento
di discussione. - Come mai non sei passato al furgone? - Perché nel dopoguerra
non si poteva scendere al Cavone in furgone. In ogni caso non mi piace il
furgone. Mi piace il ciuccio perché così vado dove voglio e posso fare i
controsensi. E scoppia in una fragorosa risata. Poi continua: - Il ciuccio è
più caratteristico. Pensa che mi hanno fatto migliaia di foto ed ho partecipato
come comparsa in molti film, tra i quali quello con Troisi e quello girato di
recente con la Cucinotta. - Quanti ciucci c'erano cinquant'anni fa? - Quaranta,
cinquanta. Venivano utilizzati sia per andare a vendere i prodotti delle parule,
che per lavorare vicino a "U' ngigno", che serviva per tirare su
l'acqua dai pozzi e distribuirla tramite dei canali alla parula. Prima non
c'erano le macchine e si poteva camminare più facilmente col ciuccio, anche
standogli seduto sopra di traverso. - Nostalgia? - Era meglio di ora. La roba si
vendeva. Ora ciò che si vende è tutta roba di serra. E' roba di cuntratiemp.
Prima si campava, ora no. Ora tengo ancora il ciuccio per vendere i miei
prodotti e per far passare il tempo, per passione. Anche il ciuccio è una
passione. E scoppia in un'altra fragorosa risata. Devo ammettere che il
personaggio che mi trovo davanti è di una genuinità e di una simpatia
travolgente. Decido di saperne di più sul ciuccio. - Ci vuole fatica per
mantenere un ciuccio? - Molta. Ora sono anziano. Se il ciuccio è giovane, vuole
correre. Il ciuccio è un animale "triste". Il ciuccio vuole camminare
e se tempo fa ero io a mantenere lui, ora è lui a mantenere me. - Cosa ne pensi
dei tempi che corrono? - Ora si vive da signori, mentre prima ci si arrangiava.
Si viveva tutti insieme, c'era il lume a petrolio che illuminava la casa, un
solo bagno, non c'erano le comodità di oggi. Ma poi ritorna quasi per incanto a
parlare del ciuccio e mi spiega… - Per sapere l'età del ciuccio, devi sapere
che l'ultimo dente gli spunta a quattro anni e se lo possiedi da quando è
piccolo, puoi regolarti sulla sua età. - Si stava meglio prima nella miseria
oppure adesso nel benessere? - Meglio prima. Il cibo era buono e genuino, le
persone erano più buone, il paese più calmo. Si viveva bene, anche senza
soldi. Ora ci sono troppi soldi. - Ma il ciuccio come si chiama? Sorride prima
di rispondere, ma poi con grande sicurezza dice… - Caterina, Francesca,
Loredana. Non dico mai lo stesso nome ai turisti che me lo chiedono. E giù
un'altra risata. - Io ricordo da piccolo che c'erano diversi ciucci che circolavano con i loro carichi di verdura. Vicino casa mia abitava Pasquale
Ambrosino, detto Biancone. - Pasquale faceva la barda al ciuccio. - La barda? E
che cos'è? - Serve per posare sul ciuccio le sporte entro cui mettere i
prodotti. Una volta c'erano diverse persone che erano specializzate a svolgere
lavori sul ciuccio, come ad esempio la zoccolatura, il taglio dell'unghia, la
pulitura. Ora per far pulire il ciuccio devo chiamare una persona che viene a
Procida solo per questa funzione, ma ti fa un piacere. Una volta veniva
periodicamente un pulitore perché c'erano tanti ciucci. Ma stai scrivendo anche
questo? - Si. Hai qualche aneddoto da raccontare? - Sono stato chiamato per fare
pubblicità e film. Comunque una volta mi trovavo a Marina Grande, dal lato
della Lingua perché stavo portando dei prodotti ad un fruttivendolo. Avevo
legato il ciuccio vicino ad un palo, quando uscito fuori non l'ho più trovato.
Era scappato e si era diretto in direzione dell'ex macello. Non poteva scappare,
l'isola è come un carcere, dove vai? Un'altra volta ancora mi capitò la stessa
cosa con un ciuccio femmina che era abilissima a sciogliere i nodi con i denti.
Mi trovavo alla Via Arsa (Via Magenta n.d.r.) presso una mia zia. Come al solito
avevo legato il ciuccio ad un palo, ma poi non lo trovai più. Scesi verso
Sant'Antonio, percorsi la strada fino a casa, ma del ciuccio niente. Mia moglie
rideva, io imprecavo, ma poi pensai di ritornare alla Via Arsa. Percorsi
un'altra direzione rispetto a prima e ritrovai, in mezzo ad un prato, il ciuccio
che mangiava l'erba. - Com'è di carattere il ciuccio? - Il ciuccio è un
animale testardo. Però capisce. Se a mezzogiorno non gli porti il cibo che
vuole lui, inizia a ragliare. Quando la mattina torno a casa dalla vendita, non
appena arrivo a Via Campo Inglese, subito il ciuccio imbocca la stradina in
discesa, mica scende alla Chiaiolella. Il mio ciuccio conosce la via. Mi rendo
conto che il ciuccio per Salvatore non è un semplice animale su cui fare
affidamento per il proprio lavoro, ma è qualcosa di più, quasi uno di
famiglia. Poi ritorno a chiedergli della guerra e della prigionia. - Allora sei
stato prigioniero di guerra? - Sissignore! Sono partito imbarcato il 9/1/43
sulla silurante Antares. Ricordo ancora la matricola: 115648. Il 28/5/43 ci
trovavamo nel porto di Livorno, quando alle ore 11 dei quadrimotori nemici ci
bombardarono. La nostra nave fu colpita e ci mandarono in licenza limitata a
casa per otto giorni. Poi ritornammo a Livorno , ma la nave era inutilizzabile.
Andammo a Tolone e il giorno 8 di settembre, alle 8 del mattino, il generale
Badoglio firmò l'armistizio. Alle 8 e 05 vennero i tedeschi con i mitra
spianati e ci diedero tre opzioni: lottare contro l'Italia, essere processati,
essere mandati ai lavori forzati. - E tu cosa scegliesti? - Io andai dove
andavano tutti e così mi ritrovai in Germania a lavorare in una fabbrica di
mattoni prima ed in una miniera poi. In seguito arrivarono gli americani e nel
giugno del '45 ritornai in Italia. Due giorni dopo il mio sbarco a Procida presi
il ciuccio di famiglia per iniziare questo lavoro. Incredibilmente durante il
racconto dei fatti di guerra, Salvatore riesce ancora a rimbombare in una grossa
risata. Sono venuto per parlare del ciuccio e mi ritrovo a parlare di lavori
forzati in periodo di guerra. Stiamo per salire dalla parula, ormai il Sole è
tramontato e Salvatore ha finito di raggruppare degli odorosissimi finocchi in
mazzetti. Passiamo vicino alla stalla e lui, il ciuccio, quasi che avesse capito
l'argomento della nostra conversazione, raglia. Salvatore apre la stalla e mi
mostra il ciuccio. Scopro che è una femmina, perché per strada le femmine sono
più tranquille. Poi continua a raccontare. - Una volta un mio ciuccio uscì
dalla stalla e mangiò una quadra di cavolfiori. Cioè fece come le zoccole che
mangiano un po' qua e un po' là. Poteva mangiarsi due cavolfiori, ed invece ne
morsicò tantissimi. Ma devi scrivere anche questo? L'intervista è finita, ma
mentre stiamo risalendo la quadra di terreno, Salvatore mi fa un'ultima
confessione. - L'otto di maggio di quest'anno mi è morto il ciuccio ed avevo
deciso di non prenderne altri. Sono stato due settimane in casa senza uscire ma
stavo morendo di nostalgia, non sapevo cosa fare. Così ho deciso di prenderne
un altro. Quando morirà questo ciuccio, morirò anch'io. Dopo aver salutato
Salvatore ed averlo ringraziato per l'intervista, ritorno a casa contento
perché ho incontrato una persona veramente eccezionale, che è stata capace di
andare avanti per la sua strada, a modo suo, incurante alle innovazioni
tecnologiche. Poi ripenso al fatto che quello rimasto, è l'ultimo ciuccio di
Procida e che quando non lo vedremo più per le nostre strade, il progresso
avrà fatto il suo dovere.
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